— Ieri sera ha avuta ancora la sua tirata d'orecchie.

Anna si coperse il volto colle mani.

— Se le merita però!

— Non so, non credo.... no, veramente, non credo. Flavio ha molta intelligenza.

— Se avesse intelligenza studierebbe.

Queste parole suonarono così male là, sul terrazzo, dove volavano ancora tra i rami rinnovellati della glicine le parole calde e pure di Gentile Lamberti che Elvira stessa se ne accorse e volle correggerle:

— O se avesse un po' di cuore.

Anna trasalì. Come non si intendevano! In qual modo si colmerebbe l'abisso? E la prese, come già altre volte, un terrore del vuoto che stava fra loro due, che sembrava scavarsi sempre più profondo, pari a un profondo burrone nelle cui viscere di sasso si ripercotesse il cadere gelido di poche goccie d'acqua. Teneva ancora gli occhi bassi, ma pur senza guardare la sorella sentiva svolgersi dalla sua forma indistinta una segreta repulsione e vedeva, senza guardarlo, quel lobulo dell'orecchio grasso e pieno che la turbava.

— Elvira — (pronunciò le sillabe a stento) — mia cara Elvira — (ora si sentì un po' sollevata) — se comprimiamo questo germoglio di glicine, così, sotto il pugno, e ve lo teniamo stretto lasciandogli mancare luce ed aria finchè secco e morto ci cada di mano, potremo noi valutare giustamente la sua forza e predire come si sarebbe sviluppato in condizioni normali?

La fanciulla non rispose. Attenta, tutta l'energia del suo cervello era volta alla comprensione del nuovo quesito e ciò che vi era in esso di matematico e di positivo la persuase, ma le sfuggiva il sentimento delle cose. Anna se ne avvide e con un moto lento, quasi di sfiducia, sollevò gli occhi verso la meridiana lontanante nel verde, così fulgida nel pieno meriggio del muro bianco che dovette subito ritorcere la vista.