Elvira aveva terminato i suoi cómpiti e moveva verso il terrazzo. Anna, abbandonando bruscamente il ramo che sparse intorno una pioggia di petali odorosi, soggiunse a bassa voce:
— Coraggio. Io ho tanta fede in te. L'aveva anche mio padre; non ti abbandoneremo, sai? qualunque cosa avvenga.
La soave promessa salì alta verso le stelle. Anna, non paga, disse ancora con un crescendo di ardore:
— Ma tu sii forte! Promettilo.
E Flavio promise, senza parole, con una muta dedizione di tutto sè stesso.
Anna era sola in casa. C'era stato un temporale nella mattina e pioveva ancora un poco lentamente, a fili sottilissimi, quantunque già il sole sforzasse le nubi. Da ogni foglia della glicine pendeva una gocciola; su ogni gocciola batteva un raggio di quel tenue sole e tutta una gamma di gradazioni color lilla e verde danzavano sotto il pergolato nelle faccette luccicanti dell'acqua. Anna vi gettava tratto tratto uno sguardo irresistibile, mentre colle agili mani apriva e chiudeva i cassetti dello stipo, impaziente di terminare. Ed aveva già quasi terminato, quando una resistenza insolita la avvertì che qualche cosa di estraneo doveva essersi introdotto nel doppio fondo; allora scosse il mobiluccio con una certa violenza, il fondo si ruppe e balzò fuori una lettera suggellata. Portava l'indirizzo alla signora Antonietta Lamberti; era raccomandata; veniva da Tunisi.
Una grande commozione si impossessò di Anna; Antonietta Lamberti era il nome di sua madre. Nella fervente ammirazione del padre suo ella aveva forse soffocato il culto della memoria materna e la sorpresa e lo sbigottimento della scoperta si mescevano a un senso penoso di rimorso. Sua madre! una figura alta, evanescente; un volto scolorito, un sorriso senza luce, un abito grigio con trine bianche; così la rivedeva, non più di così. Invano cercava ne' suoi ricordi una parola speciale, un gesto, uno sguardo che ve l'avesse scolpita. Era strano! In quella casa popolata di memorie, dove la nonna riviveva ancora fresca e ridente nel suo gaio temperamento di donna felice, dove l'uomo ammirabile che le era stato padre aveva diffusa tanta parte della sua anima, lei, la madre, era passata come un'ombra senza lasciare traccia.
Anna dovette appoggiarsi un istante ai bracciuoli della sedia; una grande tristezza l'aveva invasa e come un presentimento di sciagura. Tremava per tutte le fibre colla lettera in mano, guardandola. Rilesse due o tre volte l'indirizzo e si assicurò che i suggelli non erano stati toccati; sulla ceralacca rossa si intrecciavano confusamente due iniziali. Il timbro postale recava come data di arrivo il giorno antecedente alla morte di sua madre. Di chi era, ora, quella lettera? Chi aveva il diritto di aprirla?
Un fascino misterioso usciva dalla busta che sembrava un sepolcro, così breve, così fragile, eppure così terrorizzante nel muto pallore della superficie che portava impresso il nome di una morta! Anna la posò leggermente sullo stipo, obbedendo a un confuso sentimento di rispetto e di timore; poi si alzò in piedi guardandosi attorno, quasi chiedendo un consiglio alle vecchie pareti da cui pendevano i ritratti della nonna, del padre e della madre anche. Si avvicinò a quest'ultimo. Era un pastello di graziosa fattura, a due sole tinte. La posa della testa, un po' china, non lasciava scorgere gli occhi e la mancanza dello sguardo materno le fu in quell'istante così dolorosa che ne ebbe uno schianto al cuore. Si accusò di non ricordare gli occhi di sua madre. Fece sforzi crudeli per frangere il velo dei dieci anni che la separavano da lei. Invano. Sempre la stessa figura alta, evanescente; il volto scolorito, il sorriso senza luce, l'abito grigio colle trine bianche. Null'altro....
Mosse alcuni passi, girando dietro la scrivania di suo padre, affacciandosi alla soglia del terrazzo dove tutta la glicine piangeva irrorata di pioggia novella, e ritornò presso lo stipo, pensosa. Di chi era, ora, quella lettera? Chi aveva il diritto di aprirla? E perchè nessuno lo aveva fatto prima? Chi l'aveva messa nello stipo?