Chi? Anna gettò un grido. Improvvisamente la fitta tenebra del passato le si squarciò dinanzi. Rivide sua madre nelle ultime ore di vita, in un atteggiamento che ritornandole ora alla memoria le sembrava di grande significato per il tempo e per il modo — allora le era sfuggito; ma ricordava, ricordava con una precisione straordinaria. Era entrata in camera della madre quasi di furto, per vederla intanto che la custode s'era momentaneamente allontanata. L'inferma era scesa dal letto, pallida, disfatta dalle brevi ma acute sofferenze, e colle mani tremanti stava chiudendo il cassetto dello stipo che si trovava in quel tempo nella sua camera ai piedi del letto. Quando si accorse della bimba la sgridò per essere entrata senza chiederne il permesso.
Tutti i particolari della scena le ritornavano in mente con una evidenza straziante. Le coltri del letto rigettate indietro nel movimento brusco di una decisione suprema, un libro caduto a terra, l'ammalata ritta, spettrale, colle mani febbricitanti intorno allo stipo. Ancora, nella evocazione di questa visione, non vedeva gli occhi; gli occhi di sua madre si erano distolti prontamente da lei od ella aveva abbassato i propri nella confusione del rimprovero? Lo ignorava, ma quegli occhi le sfuggivano sempre, sempre....
Che sua madre fosse discesa dal letto in un momento in cui trovavasi sola, per riporre la lettera, sembrava evidente. L'agonia sopravvenuta poi l'aveva tolta a qualsiasi preoccupazione terrena.
Restava ad Anna un'idea confusa del funerale, della camera aperta e vuota, del dolore serio e tranquillo di suo padre; non sapeva in quali circostanze lo stipo avesse cambiato posto, ma risultava palese che nessuno vi aveva mai praticato alcuna ricerca, considerato qual era da molto tempo come oggetto di ricordo più che di uso. Dieci anni dunque gravavano a guisa di tomba inviolata su quella lettera e dopo dieci anni ecco che l'avello si schiudeva sotto la mano innocente di una fanciulla. Ma poteva lei frugarvi?
Anna era troppo seria e troppo coscienziosa per appigliarsi ad una scappatoia che la liberasse da qualsiasi responsabilità. Riconobbe per sè sola il dovere di decidere accettandone le conseguenze, e una volta ferma su questo punto non esitò che un brevissimo istante fra leggere la lettera o distruggerla intatta. Se la morte ha dei diritti ne ha pur anche la vita. Non era essa figlia ed erede? Un sentimento di delicatezza abitudinaria la rendeva esitante a violare il segreto di una lettera non indirizzata a lei, ma un sentimento più profondo e più vero le suggeriva che i vivi si sostituiscono ai morti.
Fu con un rispetto sacro che ruppe il primo dei cinque suggelli. Pensò che forse il plico conteneva dei valori da rendere a qualcuno e che ella si faceva ministra di un tardivo dovere. Oh! qualunque fosse stato l'obbligo se lo assumerebbe intero fino alle ultime conseguenze. Sotto il calore di questa riflessione caddero prontamente gli altri suggelli ed Anna, respirando appena per l'intima attesa, ritirò dalla busta un fascicoletto di pagine scritte minutamente in aspetto di giornale più che di lettera, colla stessa calligrafia ignota della soprascritta e firmate con un segno convenzionale, inintelligibile. Tutto lo scritto era nitido, elegante, contenuto fra margini di una scrupolosa correttezza.
Lasciandosi sfuggire il manoscritto con un lieve moto di disinganno, Anna giudicava inutili le sue ansie ed i suoi timori; nè si sarebbe sentita in alcun modo attirata a leggerlo se l'abbattimento stesso che faceva seguito alla eccitazione di prima non avesse condotto indolentemente e con molta distrazione i suoi sguardi sulle prime righe, dove era descritta una felice traversata da Genova a Tunisi. Si trattava del primo capitolo di un romanzo, od era veramente il racconto di un viaggio? Quella nota terminava con parole d'affetto alla donna lontana, ma così vaghe, così spoglie di personalità che il dubbio non era risolto.
Ancora Anna si lasciò sfuggire il manoscritto, porgendo orecchio alla pioggia che aveva vinto definitivamente e che cadeva ora fitta sulle foglie producendo un rumore molle e cadenzato di una dolcezza avvinghiante. L'aria che veniva dal terrazzo fresca ed umida dava alla fanciulla una voluttà soave fatta di purezza e di tripudio giovanile che ammorbidiva i contorni della sua malinconia. Sempre, quando si abbandonava alla contemplazione della natura, trovava in essa inauditi conforti. Ella era ben persuasa che nulla si forma della vita degli uomini, delle loro passioni, delle loro lotte, che già non esistesse prima nella natura e guardava intensamente i fiori della glicine pesti e disfatti su quello stesso ramo dove avevano brillato di sì vivaci colori. Macchinalmente tornò a leggere.
Non mi pento della risoluzione presa; spero che voi stessa, quando la calma sarà rientrata nel vostro cuore, direte che ho avuto ragione. La mia vita era divenuta impossibile in una situazione precaria, meschina, dove le amarezze di un amore pieno di ansie e di contrarietà non faceva spuntare che troppo rari e troppo pallidi fiori. Ah! non ditemi che a queste cose dovevo pensare prima; sarebbe una inutile crudeltà. Io spero piuttosto, spero fermamente, che un giorno mi darete ragione. Allora parleremo del nostro amore come due buoni amici che hanno fatto un viaggio insieme e che dopo una lunga separazione si ritrovano e rammentano con dolcezza le ore passate.
Che quelle parole “lunga separazione„ non vi spaventino troppo. Tutto è relativo, e non vedo perchè l'anno venturo, in questa medesima stagione non potrei fare una corsa in Italia. Voi che avete la fantasia molto fervida potete fin d'ora immaginarvi lo squillo del campanello e l'apparizione dell'esule sulla soglia del vostro salotto, magari del vostro terrazzo coperto di glicini. E forse non vi troverò sola, Lui o Lei, sarà sui vostri ginocchi.