Ma Elvira? Questa era l'atroce realtà, la prova indistruttibile, l'onta fatta carne ed ossa, la straniera, la ladra!
Il furore la riprese, sordo, intenso. Scorgendosi improvvisamente nello specchio ebbe paura di sè stessa, tanto il suo volto alterato conteneva di odio e di disperazione; e proprio in quel momento le sovvenne di un giorno in cui, dentro al medesimo specchio, ella si era guardata insieme al padre, sorridendo entrambi della grande somiglianza che avevano. Ad una evocazione così precisa provò come una fitta acutissima. Tutto il ricordo sorse luminoso, solenne; quella fronte altera dove gli occhi profondamente dolci sembravano scavare un rifugio per le anime; quei lineamenti puri, quella bocca cui l'eccesso della sensibilità spostava continuamente le linee adducendovi volta a volta l'amarezza e la pietà, lo sdegno dai solchi dolorosi e il sorriso alato, spirituale che vi lasciava, anche quando non era presente, il riflesso di un bagliore! A guisa di una molla che lungamente schiacciata riprende il suo vigore, si distende e scatta alla fine nella piena conquista della sua integrità, Anna riprendeva il possesso di sè medesima.
“Io però sono sua figlia!„ disse, e si sentì calmata.
Fu veramente come se avesse cinto una corazza magica. Egli riviveva in lei, parlavano in lei i sentimenti generosi di Gentile Lamberti, il suo modo alto di giudicare. Poteva lei, sua figlia, e lì in quella casa dove egli era stato così grande e puro non cercare almeno di imitarlo? Il vuoto che le creava intorno il recente dolore non era un mezzo per stringersi maggiormente a lui? Chi nel passato, nel presente, nel futuro potrebbe oramai dividerli, poichè ella era, sola, la continuatrice?
Molti anni erano passati.
Un acuto freddo decembrino teneva chiusi i doppi vetri del terrazzo che sembrava dover esser per tal modo escluso dalla intimità della famiglia; pure esso vi penetrava ancora misterioso e profondo attraverso la limpidità del cristallo, torcendo nella notte i rami brulli della glicine, alcuno dei quali profilavasi dietro la finestra nell'attitudine curiosa di un amico che vorrebbe entrare e non osa.
Le due sorelle ricamavano al lume di una lucerna antica, dal piedistallo di bronzo e dal paralume di seta verde tesa sopra un telaio d'ebano. A intervalli Anna lasciava cadere l'ago e il suo pensiero assente le faceva volgere gli occhi verso le penombre del terrazzo. Il segreto ch'ella aveva scoperto non era uscito, per volgere di anni, dal suo petto, anzi standosene in lei era giunto a fare una parte sola con sè stessa rendendole sempre più difficili i rapporti colla sorella.
Quella istintiva antipatia del sangue che la sua sensibilità le aveva avvertita prima ancora che il caso ponesse nelle sue mani i documenti della nascita di Elvira, cresceva nello sviluppo dell'età e degli istinti contrari, avvalorata dal fatto preciso. Ora ella sapeva perchè vedendo la mano di Elvira appoggiata sui libri di suo padre le scoppiasse dentro al cuore un movimento di rivolta; sapeva perchè quella mano densa, forte, dalle attaccature grossolane, le sembrasse un oltraggio alla memoria di quell'altra mano venerata di cui non poteva rammentare il tocco leggero e scottante senza fremere dalla testa ai piedi; e se quando Elvira diceva nostro padre il sangue le saliva alla fronte accendendole negli occhi un lampo d'odio, ella sentivasi forte del suo diritto e del suo immenso amore.
Invano esaminando Elvira e sè stessa e il ritratto della madre cercava ansiosamente un legame che all'infuori del sangue dei Lamberti le svelasse la sorella. La donna che le aveva portate in grembo entrambe nulla aveva concesso della sua personalità nè alla prima nè alla seconda figlia; come sul pastello dove la luce dello sguardo mancava, mancava al frutto delle sue viscere l'impronta della sua passione. Erano dunque straniere di corpo e d'anima. La piccola calcolatrice anima dello sconosciuto svolgevasi in Elvira sotto l'attraente sviluppo di una florida e superficiale bellezza che Anna interrogava con terrore, temendo di veder sorgere da essa con linee precise il fantasma contro cui si dibatteva angosciosamente. Tutto nella psiche della fanciulla rivelava la irritante mediocrità di colui che aveva scritto la lettera funesta e il pensiero che Elvira era innocente la lasciava senza dolcezza. Lei pure era innocente e soffriva e non poteva dimenticare. Se in certi istanti credeva di esservi riuscita, un gesto di Elvira, una espressione lontana e straniera la facevano sobbalzare, dandole i morsi di una gelosia quasi selvaggia durante i quali la vista le si intorbidava di strisce sanguigne.
Guardando fuori nella oscurità del terrazzo Anna, che aveva ancora lasciato cadere l'ago, mormorò quasi suo malgrado: