Le parole del vecchio però non volevano uscirle di mente. Egli doveva conoscere la vita. Doveva aver amato e creduto e patito assai.
Come aveva fatto in principio di sera, Anna tornò ad accostarsi ai vetri del terrazzo, attirata dall'abisso delle tenebre; ma non vedeva più in mezzo ad esse un lungo convoglio corrente cogli occhi di fiamma. Pensò: “Per quest'oggi non arriva„. Si fece accanto al tavolino e in piedi, sotto la lucerna, rilesse una lettera che teneva nell'alta cintura di seta nera serrata da una fibbia d'argento. Diceva la lettera:
“Mia signora e mia amica, il tempo della prova è quasi passato. Io potrò arrivare da un giorno all'altro, non so quando precisamente e perciò non dico ancor nulla a nessuno, ma a lei sì. Lei ha diritto di saper tutto da me. Non è forse la mia coscienza? In qual modo avrei potuto resistere in questo anno di lotta e come avrei trovato la forza stessa della decisione se ella non mi avesse assistito col suo affetto e co' suoi consigli? se facendosi veramente la mia coscienza e la mia anima non mi avesse indicata questa che oso ora chiamare la mia via? Non dubito più. Lei che mi vuol bene se ne rallegri. So quello che posso; sopratutto so che devo tutto a lei. Lo scrivo con gioia perchè ciò mi permette di dirmi suo e tutto suo
“Flavio.„
Ogni volta che Anna rileggeva quella lettera, ed era già la quarta, le scendeva al cuore una grande dolcezza. La vivace riconoscenza del fanciullo che ella aveva protetto e di cui aveva indovinato l'ingegno le schiudeva un orizzonte di sensazioni nuove. Ricordando il giorno in cui era partito tra le furie del signor Pompeo, tra i sarcasmi di Elvira, e tutto quel periodo di lontananza confortato da lettere così soavi, l'impazienza di rivederlo si faceva acuta.
Ripiegò la lettera lentamente e senza accorgersene la sollevò all'altezza della faccia come per provare la morbidezza della carta. — Forse — mormorò a fior di labbra — verrà domani.
Quando, un mattino, Flavio senza farsi annunciare aperse l'uscio del salotto, Anna, che pure vi era preparata, gettò un piccolo grido e arrossendo di piacere gli corse incontro colle mani tese.
Lo slancio era stato così spontaneo, l'espansione così affettuosa, che solo qualche istante dopo Flavio si accorse della presenza di Elvira, arrestandosi dubbioso davanti all'espressione indefinibile degli occhi della fanciulla — quegli occhi che già lo avevano avvolto nelle loro elissi freddamente scrutatrici — onde egli istintivamente cercò di discolparsi balbettando:
— Ero smanioso di rivederle e non avendo trovato in casa il signor Pompeo sono corso qui subito senza nemmeno scuotere la polvere del viaggio. Ho avuto torto?
— No — disse Anna.