— Mi chiami il suo poverino, mi faccia l'elemosina....
Anna gli pose una mano sulla bocca per farlo tacere, ed egli vi impresse un bacio devoto.
Per qualche istante nessuno parlò. Si udivano dal salotto vicino i lievi rumori che Elvira faceva rimuovendo le forbici, il ditale, i piccoli svariati oggetti del tavolino; fuori, sul terrazzo, qualche pigolìo di passero, qualche rapido sbatter d'ali; lontano la campanella del convento. Niente altro.
— Non è orgoglio offeso, non è gelosia di gloria futura — dibatteva Anna fra sè — che sarà dunque?
Il profilo di Flavio si disegnava nella sua correttezza di piccolo cammeo sul velluto cupo del divano, illuminato da un raggio di sole che vi pioveva obliquo. Anna non ricordava il momento in cui il sole era apparso e voleva ricordarlo, inquietata e sviata dalla tinta di oro pallido che prendevano sotto a quel raggio i baffi nascenti del giovine.
— Se le dicessi che ho pensato a lei davanti a tutti i capolavori, sarebbe certamente la verità, ma una verità un po' volgare e forse anche superficiale. Lei mi è stata molto più vicina, più intimamente e più dolcemente vicina, a Siena per esempio. Conoscesse Siena!
— Bella?
— Oh! bella, non è ciò che voglio dire. Vi sono delle città, come vi sono delle donne che dovrebbero offendersi a sentirsi chiamare belle. È un altro aggettivo che occorrerebbe; più complesso, più misterioso, sopratutto più profondo....
— Sì, sì, comprendo.
— Era un giorno tanto melanconico, pioveva; un lutto cittadino abbrunava quasi tutte le vie; sulla piazza, nei caffè, non si parlava che di morte; le Sibille del Duomo, quelle Sibille che nella snella e dignitosa persona somigliano a lei....