Nella recente e incompleta e pure viva esperienza del mondo aveva imparato ad apprezzare più ancora la solitudine di quel cantuccio primitivo, rimasto incolume ai fianchi di una grande città, sfuggito per miracolo alla manìa innovatrice; vi sentiva un tepore particolare di nido, di seno materno, dove è dolce riposare. La meridiana dipinta sul muro del convento aveva una scritta per metà cancellata. Alcune parole si leggevano ancora coll'aiuto di una lente, ma Flavio non ne aveva bisogno: le sapeva a memoria e proprio allora, in quella dolcezza di nido che si rinnovella, gli apparvero fiammeggianti sul muro lontano, quasi aureolate dal vivido sole che vi batteva sopra: Il tempo stringe, facciamo il bene. Fatidiche parole per un giovine che se le sente penetrare nelle carni e nel sangue a guisa di nobile sperone! Nella serena cornice della sua finestra, dinanzi agli orti sbocciarci, l'epigrafe della antica meridiana perdeva il suo carattere monastico per vestire una forza nuova di conquiste, di audaci tenzoni a cui la stagione prestava intime essenze eccitanti che Flavio respirava nell'aria come fumo di prossime battaglie. L'ora del tempo e l'ora della vita si univano insieme per renderlo felice. Egli gustava questa profonda ebbrezza di sentirsi giovine in un mattino di primavera.

Improvvisamente una rondine attraversò lo spazio: era la prima rondine dell'anno. L'agile forma bruna, dopo di avere punteggiato per un istante l'azzurro del cielo, sparì.

Una folata di vento passò ratta. Essa portava in grembo pollini di fiore, pelurie di nido, fiocchi indistinti caduti da ali invisibili e profumi teneri di foglie non odoranti ancora che di freschezza.

Nell'orto più vicino due gattini novelli giuocavano al sole, rincorrendosi con cento moine e capitomboli, carezze, finte, parate, assalti. Al disopra di essi un ciliegio metteva i primi boccioli; poco lungi un pesco agitava alla estremità delle esili braccia, come piccole mani di bimbo, i suoi fiori rosei.

Un grido uscì dal petto di Flavio; uno di quei gridi inconsulti che i giovani lanciano nello spazio per esuberanza di vita nella stessa guisa che i puledri nitriscono in mezzo al prato e che i falchi novelli stridono fendendo l'aria. Se ne stava ascoltando ancora l'eco del suo grido ripercosso contro i vetri aperti che il sole iridava, quando vide Anna ritta sul limitare del terrazzo che gli faceva un cenno amichevole; e perchè Flavio sorrideva senza muoversi, arrotondò le due mani intorno alle labbra mormorando un invito a cui finalmente Flavio corrispose con grande vivacità di gesti e di parole, mentre Anna si ritirava nelle sue camere.

Egli rimase ancora per un po' di tempo immobile al davanzale. L'apparizione della sua protettrice, benchè rapida, gli aveva suscitato una specie di tenerezza malinconica. Anna non gli era mai sembrata così pallida e un po' patita come in quel mattino acerbo di primavera, nella luce intensa del cielo e dell'aria, nel trionfo prepotente di un vigore che fugava tutte le ombre e cresceva la tonalità dei colori rendendoli quasi stridenti. Sì, doveva essere quell'orgia di turchino e di giallo che faceva apparir cereo il bel volto, sottolineando la leggiera emaciatura delle guancie. Tuttavia questa impressione non era isolata: qualche cosa di stanco interrompeva l'armonia generale della figura che egli aveva conosciuta fiera e quasi rigida, e che ora sembrava cedere ad un inesplicabile languore. Flavio si domandò quanti anni ella poteva avere. Non era più un fanciullo, lui. Conosceva la vita, aveva letto, aveva osservato. Per la prima volta pensò perchè Anna non prendeva marito. Ciò era per lo meno singolare; bella, ricca.... Improvvisamente scosse il capo: dove mai si sarebbe trovato l'uomo degno di lei?

Si staccò dalla finestra recando nel cuore l'immagine dell'amica bella e melanconica e già tòcca dal doloroso fascino che circonda sulla terra tutto quello che è inaccessibile. Il suo affetto profondo, confinante colla venerazione, ne ricevette alimento maggiore. Gli parve veramente di non potere allontanarsi da lei mai più.

Ma Anna lo aveva chiamato ed un'onda di pensieri giulivi invase l'animo del giovane. Egli andò subito a staccare dalla parete a cui stava appoggiata una tela amorosamente ricoperta con un drappo; rimosse il drappo e si pose a contemplar l'opera sua.

Quante volte aveva già guardato quel rettangolo di tela dipinta? Quante volte! Assai prima di stemperare i colori sulla tavolozza, in quei divini e febbrili momenti che l'autore solo conosce, non l'aveva egli abbracciato tutto il suo lavoro, palpitante ancora della voluttà della concezione? E quante ansie erano sopraggiunte in seguito alla ebbrezza prima! Ansie fatte più di ardore che di timore, perchè Flavio, non ambizioso, non presuntuoso, sentiva però la sicurezza che sta in fondo ad ogni vera anima di artista. Sulla sua vocazione, nessun dubbio; sulla sua forza qualcuno, ma efficacemente combattuto dalla sincerità della sua fede e dal baldo irrompere di tutti gli entusiasmi di vent'anni. Ricordava il giorno in cui Gentile Lamberti aveva detto: “Perchè non sarebbe poeta?„ e il lungo desiderio che gliene era rimasto e l'affanno del non trovare in sè le caratteristiche volute. Ecco, non era egli poeta adesso? Il diletto maestro aveva indovinato. Egli era veramente poeta nel significato più sacro di questa parola, poichè il suo pensiero ardeva e bruciava nell'amore di tutte le cose belle, ed il suo cuore gonfio di commozione non cercava che di mescersi ai palpiti dell'universo. “Orsù, orsù,„ gridavano dentro di lui tutte le forze della giovinezza, “cammina, questo è il momento!„

Flavio aveva promesso alle signorine Lamberti di portare il quadro per mostrarlo loro, innanzi di mandarlo alla Esposizione che doveva rivelare al pubblico il suo nome ignoto. Compreso di molta dolcezza e di una certa piacevole agitazione, nella quale i ricordi avevano tanta parte, almeno quanto la speranza, si diede a spolverare, a lisciare la tela, allontanandola di qualche passo per giudicarne l'effetto e poi riavvicinandosi precipitosamente per verificare un piccolo punto nero, un errore di ombreggiatura, un granello di sabbia: meno ancora, un sospetto.