Contento era e non era. Il dualismo esistente in ogni uomo, ma non mai così vivo come quando un'opera sta per uscire dai misteri del nulla, si imponeva alla sua coscienza vigile. Se egli considerava l'opera nel riflesso del fuoco interno che l'aveva concepita la vedeva rifulgere della più vivida luce. Ma corrispondeva la forma al concetto? Le ore lente del lavoro avevano plasmato in una veste incorruttibile l'istante fulmineo della visione? Le linee, i colori che gli stavano davanti, erano veramente le linee e i colori da lui intravveduti prima che un'asta di legno irrigidisse le sue dita nelle difficoltà della formazione? prima che il colore uscito dalle storte di un chimico materializzasse in un piano uniforme gli ondeggianti fantasmi della sua immaginazione? Era egli, come tanti altri, il poeta soave ed infecondo che sogna ma che non crea? od era — ciò che solamente voleva essere — il virile poeta dalla mente lucida come cristallo, dai polsi fermi, d'acciaio?

Flavio non diede a sè stesso una risposta precisa. Gorgogliava nel suo petto un torrente di vita; chino su di esso, egli stava ad ascoltarne il muggito profondo, attratto dalla incertezza del mistero più che dal bisogno di spiegarlo, ed era tutto il suo essere pari ad un albero in fiore sospeso al disopra di un abisso con intorno mille profumi d'altri fiori e sul suo capo il cielo.

Si decise finalmente a sollevare il quadro colle stesse delicate precauzioni di una giovine madre verso il suo neonato. A passi leggeri discese la scaletta che faceva capo alla grande scala dei Lamberti. Si sapeva aspettato, e per questo sfiorò appena il cordone del campanello pendente nell'angolo, lungo la parete di stucco, e quando la porta si aperse attraversò di volo l'ampia anticamera, dove due cassoni di legno autenticamente decrepiti si perdevano nella vastità dell'ambiente soleggiato per gli alti finestroni privi di cortinaggio che lasciavano entrare tutta la gaiezza del giorno.

Anna gli venne subito incontro tenendogli aperti gli usci perchè potesse passare senza ostacoli. Quasi nel medesimo punto apparve anche Elvira, vestita di chiaro, coi capelli rialzati in una foggia differente dalla solita. Anna la guardò sorpresa come fosse un'altra persona, morsa al cuore da una improvvisa diffidenza. Pensò che sua sorella aveva avuto ben fretta a vestirsi d'estate, ma non disse nulla.

Flavio intanto cercava il posto favorevole per il suo quadro, alzandolo, abbassandolo, finchè trovasse la luce opportuna. Diceva qualche parola ad Anna, ma mentre si voltava per ringraziarla urtò Elvira. Le chiese perdono, confondendosi un poco, colpito anche lui improvvisamente dall'abito chiaro che la modellava con un vago accenno di statua.

Il quadro era allora a posto e Flavio, rifugiato in un cantuccio, lasciava che le due sorelle ne ricevessero la prima impressione senza preconcetti. La tela, di proporzioni singolarmente armoniche, rappresentava una camera buia dove un giovinetto protendendosi da un seggiolone di convalescente con un palpito che dava espressione a tutto il suo corpo, ascoltava. Dall'uscio spalancato si vedeva il lume di una candela che una persona, avvicinandosi teneva in mano; l'oscillazione della fiamma dava veramente l'impressione del moto, così che l'ansia del giovinetto si comunicava allo spettatore, costringendolo a fissare quasi con uguale intensità di attesa l'orlo pressochè invisibile di un velo bianco sul limitare dell'uscio. Questa composizione idealista rappresentata con un verismo umano ed appassionato portava per titolo: Viene!

Elvira fu la prima a parlare. Ella si rivolse gentilmente a Flavio e con una voce che, pur non riuscendo a dissimulare una certa sorpresa, appariva sincera, disse:

— Ma bello, bello.

La freddezza di tale elogio rimase senza eco. Parve che Flavio non lo avesse neppure udito. Fu ancora Elvira che cercando con gli occhi la sorella esclamò:

— Anna, che hai? Come sei pallida!