— È troppo — sospirò Anna afferrata improvvisamente da un senso arcano di paura, sentendo una lama diaccia nel filo delle reni e un fluttuare di veli dentro gli occhi.
Flavio la sorresse fino al divano — il piccolo divano fra le due finestre — e le stette in piedi davanti, palpitante, muto. Nulla li avvinceva come questi silenzi in cui le loro anime si stringevano al di là di ogni possibile amplesso.
Un raggio di sole batteva sulla fronte di Anna. Egli si accostò ad una finestra per abbassare la tenda e intanto vide Elvira che passeggiava sul terrazzo. L'abito chiaro la faceva apparire più alta, più complessa. Sul terrazzo quasi nudo, in mezzo ai rami della glicine che incominciavano appena a germogliare ella emergeva, simbolo vivo della primavera, nell'aria crudamente azzurra. Flavio abbassò la tenda e ritornò presso ad Anna. Restava tuttavia un interstizio fra la tenda e lo stipite e attraverso a quel raggio di luce si vedeva passare e ripassare l'abito chiaro con un movimento cadenzato, molle, dolcemente ritmico.
— Vincerò? — disse Flavio ad un tratto prendendo la manina esangue della sua amica.
— Non ne ho mai dubitato.
— Ma ora, ora?
— Le preme molto di vincere?
— Oh! sì — esclamò Flavio ingenuamente. — Mi pare che debba dipendere da ciò la felicità della mia vita.
— La felicità?... — ripetè Anna con un accento incredulo, intanto che una vaga ambascia le attraversava lo sguardo. — La felicità è forse altra cosa, ma la vittoria sarà sua.
Il giovane trasse un lungo respiro che gli fischiò nella chiostra dei denti lasciandogli sul palato una impressione fresca come avesse trangugiato della menta.