Il signor Pompeo, che anche a tale proposito aveva già detto il fatto suo a Flavio, ma che non gli rincresceva di ripetersi, soggiunse sdegnosamente:

— Pittura nuova, scarabocchi, nessuna consistenza, prospettiva sbagliata, colori falsi, attitudini false. Mi dica un po' se lei od io od uno qualunque appoggia il gomito in quel modo?

Flavio diede un balzo, ma Anna fu pronta a replicare interpretando il di lui pensiero:

— Non è detto che l'arte abbia a valersi esclusivamente delle pose comuni e che ciò che è raro non debba per questo ritenersi possibile.

Elvira che non aveva ancora preso parte alla disputa accennò a parlare. Non ben sicura però o già pentita, si ritrasse, mentre Flavio completava con fuoco la difesa di Anna esclamando:

— E perchè il personaggio che io intendo di rappresentare deve ad ogni costo somigliare a lei od a me o ad uno qualunque? Non può essere un altro? Uno che lei non ha visto, che probabilmente non vedrà mai?

— E quella scarpa — interruppe il signor Pompeo, sdegnando di entrare in discussione col suo antico allievo — Dio sa mai che calzolaio l'avrà fatta! Non parliamo della luce nè del chiaroscuro: sono una aberrazione.

Detto ciò a guisa di sentenza inappellabile il professore voltò le spalle al quadro. Elvira lo seguì domandandogli piano:

— Crede veramente che non valga nulla?

Senza la menoma esitazione egli si arrestò netto sui due piedi e sollevando la mano con un gesto solenne e dando col pollice e il medio un buffetto nell'aria a qualche cosa di invisibile pronunciò: