— Perchè? — fece Flavio distratto.
— Il giudizio del pubblico non è alla fine che un giudizio di ignoranti, mentre il verdetto di una Commissione intelligente e competente....
— No, no — andava mormorando Flavio disteso a corpo perduto sopra una sedia a bilico nell'ombra della glicine.
— Come, no? Pensi che il pubblico si compone di gente meschina che non ha potuto o voluto studiare, che ignora ogni elemento d'arte; mercanti occupati dei loro affari, bottegai che non sanno giudicare al di là delle loro insegne, donne affatto digiune di coltura....
— O peggio ancora: uomini i quali per avere condotto a termine durante i loro anni giovanili le foglie d'edera e gli ovoidi della scuola di disegno si credono artisti; signore che giudicano i quadri dallo stesso punto di vista dei cappellini e che parlando quattro lingue non pensano in nessuna: snobs privi di gusto, della benchè menoma particella di sensibilità, attenti solo al cenno della maggioranza per dichiararsi. E ancora: artisti mancati che ebbero dalla natura il dono di sentire ma non quello di rendere, eterni Tantali cui morde la sete del bello ma che non giungono a tuffarvi le labbra riarse, che legati invincibilmente alla terra aspirano l'alto con uno spasimo di desiderio da cui germogliano le mille vipere della gelosia.
— Vede dunque?
Queste due brevi parole, pronunciate da Elvira con una risolutezza che ne dimostrava il convincimento, caddero nella silenziosa penombra del terrazzo ammorbidite dalle fronde e dai fiori che vi intrecciavano intorno una odorosa parete. Caddero interamente, si fransero, scomparvero dentro i ciuffi della glicine e dei semprevivi innanzi che Flavio parlasse, e già Elvira stava per riprendere la parola, quando egli saltò in piedi gridando:
— È appunto questa la gioia! Perchè la folla somiglia a un mostro immane dove tutte le laidezze si trovano riunite, perchè è stupida, maligna, senza pensiero e senza viscere, perchè è enorme e bruta, crudele e vigliacca, strisciante e ingrata; perchè è la folla, cioè la riunione prepotente di tutto quello che noi detestiamo, per questo è profonda la gioia di atterrarla, di batterla, di squarciare le sue membra lascive, obbligandola a urlare, a piangere, a versare per una volta almeno davanti a noi qualche goccia del suo sangue impuro! È lei la nemica di ogni cosa nobile e grande, la nemica della bellezza! e quando l'artista sembra andare a lei è nello stesso modo che il domatore va alla belva, per sottometterla.
Flavio si era trasfigurato. I suoi occhi, nell'ombra del terrazzo, gettavano lampi; il fremito di lotta che lo agitava internamente gli faceva passare delle scintille elettriche sulla pelle; tutta la sua virilità sembrava accendersi e divampare nel fuoco dell'idea dominante scaldando l'aria intorno.
— Ciò è bello, — disse Elvira travolta nella calda atmosfera del giovane, attratta inconsciamente dai due occulti misteri dell'ingegno e del sesso; — dominare la folla non è dato che ai forti. Lei è un forte.