La singolare eccitazione di Anna paralizzò per un istante la mente della fanciulla che rispose alfine, non senza nascondere la sua meraviglia:
— Non ti riconosco più! Quanto dici ora contrasta con la fede che hai sempre professata, colle tradizioni della nostra famiglia, coi precetti stessi di nostro padre....
Anna agitatissima gridò:
— Taci! taci! — e alzandosi e movendo verso la finestra per un istintivo bisogno di cambiare aria, quasi di purificarsi, si fermò sul limitare del terrazzo appoggiando contro i vetri la sua fronte che ardeva.
Elvira, rimasta presso alla tavola, pose a scaldare il bricco per il caffè, disponendo per lei e per la sorella due tazzinette bianche a fregi dorati, non senza essersi prima indugiata a misurare la simmetria dei posti. Le tazzettine, come tutto il resto della casa, erano antiche; Gentile Lamberti le aveva viste fra le inanellate dita di sua madre e raramente si lasciavano in balìa delle persone di servizio: l'oro fino che ne ricopriva gli orli era appena intaccato dalle labbra reverenti che vi attingevano quasi una dolcezza di reliquia, ed Anna udiva con una sorda irritazione il leggero tintinnio della porcellana nelle mani di sua sorella.
— Vuoi? — disse Elvira.
Anna si volse, così turbata e con uno sguardo così insolitamente duro, che anche Elvira provò il contraccolpo di quella violenta antipatia. Anna era veramente troppo aspra, nè il fatto di essere la maggiore glie ne dava alcun diritto. Elvira ebbe per la prima volta l'impressione che nulla la legava a sua sorella. Versò il caffè e glielo porse con alterezza. Improvvisamente Anna si sentì gli occhi pieni di lagrime; volle accostare la tazza alle labbra, ma la depose subito e corse a rifugiarsi nella sua camera.
Quando finirebbe quel martirio? Chi verrebbe in suo aiuto impedendole di diventare volgare? Perchè anche questo si aggiungeva alle sue smanie; la paura di decadere. Ad ogni giorno, quasi ad ogni ora, ella vedeva con terrore scemare il livello della propria superiorità. Colla reale sensazione di qualche cosa che scrosciasse intorno a lei si sentiva mancare sotto il terreno, calare, calare abbasso.... Era ella dunque impari alla lotta? Tutto il suo orgoglio, tutte le sue visioni di altezza dovevano frangersi così miseramente in una amaritudine infeconda? Era solamente per sdegnarsi e per adirarsi ch'ella aveva un cuore sensibile, e la sua profonda facoltà d'amare non doveva produrre che dell'odio? Invano un sottile sofisma egoistico le mormorava dentro: Odiare il male, è bene. Non basta! Non basta! Questo grido di protesta sorgeva da tutto il suo essere e la scuoteva non altrimenti che una furibonda bufera fa di un alberello. Ma l'alberello era tenace: torcevasi gemendo e non si spezzava, quasi nemmeno si piegava.
Appoggiata alla sponda del letto, in una muta concentrazione, Anna non si accorgeva dello scorrere del tempo. La sua camera aprivasi sulla via deserta, più che mai deserta in quelle ore meridiane di luglio in cui il sole flagellando i muri penetrava nel chiuso ritiro, smorzato appena attraverso le stecche delle persiane. Da una fessura un po' larga una striscia di luce gialla, entrando, tagliava per metà la camera e i due segmenti svanivano in una penombra dolce d'alcova, dove leggiadri fantasmi si allungavano sulle pareti evocando le scene tenere dell'Orlando Furioso. Questo affresco antichissimo era stato la ragione per cui Anna aveva scelta la camera. Interno al letto si stendeva il mistero della foresta con una arborescenza frondosa che saliva fin quasi alla vôlta, rotta nel suo verde cupo dalle biancheggianti forme di Angelica seduta accanto a Medoro. Dell'eroico poema l'anonimo illustratore di quelle pareti, nell'origine forse destinate ad una sposa, aveva tratto solamente i motivi gentili, per cui gli amori del pastore e della bella non venivano mai interrotti da guerresche e paurose apparizioni, ma era tutto all'ingiro una dolcezza di vita felice, un rameggiare di arboscelli, una luminosità di cielo pallidamente rosato che lasciava nella camera, con parchi rarissimi mobili arredata, l'incerto fluttuare di una visione.
A poco a poco la calma fantastica dell'ambiente avvinse Anna. La voluttà del sogno la prese, aggravata dal torpore del meriggio, in mezzo alla selva che era il suo asilo. Una voce gracile salì dalla strada cantando: