La rosa è il più bel fiore.
Come la gioventù
Nasce, fiorisce e muore
E non ritorna più.
E la voce aveva note gutturali singolarmente dolorose, un po' tremule, che davano alle parole un fascino di passione, come se il cantore improvvisasse per sfogare un suo intimo schianto. La vecchissima canzone che Anna non conosceva, pianta più che modulata nel silenzio ardente del meriggio aveva perduto durante i lunghi anni d'oblìo la volgarità che accompagna tutto quanto cade nel dominio pubblico. Essa rinasceva nella sua freschezza ingenua, nella sua malinconia rassegnata; rinasceva nel signorile paludamento dei morti che non assomiglia a nessun altro e che i vivi guardano con rispetto. Essa, che mille bocche d'amanti avevano ripetuta nei giovani anni e poi scordata, ritentava l'eco della via solitaria, lungo il muricciuolo degli orti; e le note del nuovo cantore gutturali, dolorose, un po' tremule, sembravano tesserle intorno una corona di rose vizze dentro cui tremavano lagrime lontane.
Anna si affacciò al davanzale, ma la canzone era già tornata nel suo sepolcro; il silenzio imperava assoluto: un gobbetto attraversava la strada....
— Anna? — chiese Elvira toccando leggermente l'uscio — ti vesti?
— È già l'ora? — rispose Anna schiudendo l'imposta con una visibile intenzione di gentilezza.
Le due sorelle si trovarono di fronte. Elvira aveva un abito color di rosa sparso di sottili trifogli, stretto alla cintura da un nastro rosa e colle maniche un po' corte che lasciavano scoperto il braccio fino al gomito. Anna la guardò un istante senza parlare.
— Va bene?