Lui partito, Anna si soffermò alcuni istanti nella camera dell'inferma per prendere gli ultimi accordi colla suora di guardia. Elvira dormiva, tranquilla, colle lunghe treccie sciolte sul guanciale, le braccia fuori della coltre, velate appena dalla tela sottile della camicia da notte che si arrestava passato il gomito con una arricciatura di trine. Non era più il braccio rigoglioso che sfuggendo al guanto sembrava sfidare la luce nella procace sicurezza della sua nudità; era un povero braccio scarno, madido di sudore: Anna guardandolo lo confrontò macchinalmente colle proprie braccia. E tornò a sentire il ribrezzo di quella carne nuda, perseguitata dall'odore straniero che emanava e da quell'altro odore preferito da Elvira, l'odore molle e scipito d'eliotropio che trovavasi in tutte le sue biancherie e che nell'ambiente chiuso, tra la fuga sottile degli eteri schierati sul tavolino, metteva una nota bassa leggermente nauseabonda.
— Dio le fa la grazia, — disse la suora, — non vede come riposa in pace?
Metodicamente, colla calma dell'abitudine, la suora prese una boccetta di fra le tante che erano sul tavolino e ne versò alcune goccie in un bicchiere; poi andò a riporre la boccetta sopra una mensola riflettendo a voce alta:
— È meglio. Uno sbaglio è subito commesso.
Anna volle guardare la boccetta che la suora aveva creduto di non confondere colle altre. La prese in mano e vide che portava un cartellino con sopra una testa da morto.
“È un calmante„, pensò, rimettendo a posto la boccetta con un istintivo movimento di repulsione; poi si mosse in punta di piedi.
Era il tocco. Se avesse potuto dormire quattro ore, almeno le quattro ore che la separavano dall'alba! Da molto tempo il sonno le era diventato ribelle. Si spogliò tuttavia e si pose a letto, provando l'istantaneo sollievo degli abiti sciolti e delle lenzuola fresche che le conciliarono a tutta prima un soave torpore dove i suoi nervi si distesero e la sua fantasia si acchetò beneficata da un pietoso oblìo. Ma la fiammella del pensiero non riusciva a spegnersi interamente.
Attraverso le nebbie del sonno, l'angoscia dell'idea fissa la martellava nella forma inconsistente dell'incubo. Si sentiva premere il cuore da due mani invisibili, mentre un riso schernitore usciva dalle tenebre senza voce e senza labbra come il riso di uno spettro. E un sogno delineavasi. Ella non aveva riposta la boccetta del veleno sulla mensola, bensì sul tavolino, insieme alle altre; la suora, sbagliandosi, aveva dato il veleno ad Elvira. Una inchiesta era stata aperta e si sapeva che lo sbaglio veniva da lei. — Vero sbaglio?... Vero sbaglio?... — le chiedevano. Una visione raccapricciante della Corte d'Assise e dei giudici le sfilò davanti. Il cuore le si schiantava più che mai stritolato dalle invisibili mani; l'oscuro riso, fischiando, gridava: — Avvelenatrice. — E quella parola sorgeva dalle tenebre in caratteri di fuoco, si avanzava lampeggiando, la investiva, la copriva tutta. Ora non era più una parola, era un volto: un terribile volto sconosciuto che somigliava a Elvira.
Mise un grido e balzò a sedere sopra il letto, colle pupille sbarrate, ansimando. Due rivoletti di sudore le scendevano da una parte e dall'altra delle tempie, mentre una sensazione di gelo la paralizzava nella linea del dorso obbligandola a tenere la testa eretta e fissa in una attitudine di stupore. Riconobbe a poco a poco che si trovava nella sua camera; guardò senza vederle le pareti istoriate, la finestra, il lavabo; allungando le braccia le sue dita si impigliarono nei trafori del merletto che ornava la coperta. Così, muta nel velo delle ombre, Anna assistè gradatamente allo sciogliersi dell'incubo, allo sparire del fantasma, al risorgere della propria coscienza veggente e sicura. Era libera, era monda.
Ricadde supina chiudendo gli occhi.