Ma il sonno non tornava. Una inquietudine, dapprima leggera, le faceva battere i polsi adducendovi un fastidioso prurito che il caldo e l'afa della notte non tardarono a rendere insopportabile. Voltandosi e rivoltandosi pensava: “Sono sicura di aver messa la boccetta sulla mensola?„ E si immaginava di non averla messa, di addormentarsi placidamente e di venire svegliata dai gemiti di Elvira agonizzante. Allora faceva uno sforzo di mente per ricordarsi con esattezza il movimento della sua mano quando aveva deposta la boccetta. Non vi poteva essere alcun dubbio; risentiva ancora nel palmo la sensazione di sfregamento contro la mensola di legno e rammentava l'idea che le era allora balenata di sostituirla, alla guarigione di Elvira, con una mensola di porcellana, di fabbrica fiorentina, più elegante e più gaia.
Posava qualche istante su queste visioni liete, sulle prime passeggiate che farebbero insieme, sulle prime visite; ma lo stesso eccitamento della fantasia in cerca di immagini gioconde le accresceva l'insonnia. A un tratto il dubbio la riprese con violenza: “E se mi fossi sbagliata?„
Ciò che la turbava più che tutto era quella persistenza nel figurarsi la morte di Elvira; nel pensare che l'aveva avuta sempre presente, che le era in certi istanti sembrata quasi necessaria, e in fondo a quel continuo dubbio vide una tentazione mostruosa.
Dormire in tale stato non era più possibile. Accese il lume, scese dal letto, si coprì appena con una vestaglia leggera e lasciando il lume in camera propria entrò in quella di Elvira rischiarata da una fioca lampada. Le sue sottili pianelle non producevano alcun rumore ed ella camminava così leggermente movendo a guisa di stelo l'esile persona che il suo passaggio non spostò neppure una particella d'aria. Solo quando fu presso al letto di Elvira la suora che teneva le palpebre chine sul rosario le sollevò con lentezza mormorando:
— Riposa ancora.
Anna fece scorrere le dita sulla fronte della sorella. La suora disse:
— Non c'è (alludeva alla febbre). — Dio le fa la grazia.
Anna girando gli occhi verso la mensola riconobbe la boccetta del veleno e trasse un lungo respiro. La suora aveva reclinate le palpebre sul rosario.
“Pure„, pensò Anna ricordandosi le parole del medico “del tifo non si è mai sicuri fino a guarigione completa. Se il delirio la riprendesse? La suora mi sembra stanca. Molti ammalati nel delirio sono sfuggiti alla sorveglianza. La suora potrebbe addormentarsi, non sarebbe una cosa straordinaria. Nemmeno sarebbe straordinario che Elvira stessa movesse a prendere quella boccetta. L'ha proprio di contro a lei, a' piedi del letto„.
Il sangue le diede un tuffo. “Io non ne avrei colpa„, mormorò. “Nessuno ne avrebbe colpa„.