Fece alcuni passi verso l'uscio, poi retrocesse titubante. Non sarebbe meglio levarla anche dalla mensola? Portarla fuori di camera addirittura?... Oh! ma tutto ciò era insopportabile alla fine. Prese una decisione violenta ed uscì, dritta, movendo a passi risoluti per la casa tutta aperta nel silenzio della notte d'agosto.
Come era tiepida la notte! e profonda e misteriosa. Dalle finestre spalancate l'argenteo chiaror lunare entrava a illuminare la lunga fuga delle stanze, così alte sotto i loro soffitti a vôlta, nella imponenza maestosa ed elegante dei grandi usci fiorati tra gli stipiti d'oro dolcemente luccicanti nella penombra.
Sul corridoio che separava l'appartamento in tutta la sua lunghezza e dove la luce penetrava più scarsa Anna gettò appena uno sguardo, ma non le parve vuoto. Le orme leggere delle sue bisavole passanti e ripassanti nell'amoroso affaccendamento di massaie intente ad accrescere il benessere della casa, avevano lasciato un soffio quasi impercettibile di operosità onesta e serena che sembrava cingere di una perenne vigilanza i vasti armadi di legno d'acero addossati alle pareti; e brevi orme di bambini narravano pure i giuochi dell'infanzia, le rincorse, i fuggi fuggi accompagnati da strilli e da celie, quando la vita è così lieta nell'età beata che ignora. Ecco le sale, ecco il tinello, ritrovo abituale della famiglia.
Il piano, grandissimo e chiuso, appare come una macchia nera nei riflessi cupi del mogano. Tutto ingiro le poltrone memori, il tavolino amico, le ceramiche dai suggestivi colori, l'acqua degli specchi rompenti il fondo cupo delle pareti con visioni di stagni fantastici dove i mobili vengono riflessi in forme strane e nuove diffondono la sensazione di una vita arcanamente sorta nelle ore sacre al mistero, quando attorno ai vivi addormentati vagolano le ombre di coloro che furono, invincibilmente attaccate al posto dei loro odî e dei loro amori. Non ombre materiate in paurosi aspetti, non fantasmi quali se li rappresentano le piccolette immaginazioni dei bimbi, ma solchi ardenti, ma traccie rimaste sulle cose, non visibili, eppure incancellabili; labbra, mani, occhi che baciarono, che toccarono, che videro; inesorabilmente, eternamente legati agli atomi sopravviventi alla memoria.
Entrando nella camera che fu di suo padre, Anna si arresta sulla soglia. La luna vi batte in pieno e il raggio che attraversa il posto dove soleva stare Gentile Lamberti è di una intensità così palpitante che Anna vi immerge gli sguardi, affascinata.
— Oh! anima, anima! — mormorò religiosamente, avanzandosi con un passo cauto, quasi temesse di interrompere un altissimo mistero. E il silenzio era profondo, poichè la notte incombeva nel suo maggior incanto e neppure lontanamente si udiva alito di vita. — Padre mio! — disse ancora Anna, come se qualcuno potesse intenderla, movendo verso quel raggio di luna, aspirandolo col cuore dilatato e colle labbra aperte. — Io soccombo! — disse ancora questo, lasciandosi cadere con tutto il corpo sullo scrittoio di suo padre, i gomiti appoggiati innanzi e la testa fra le mani.
Il raggio di luna la accolse, la investì tutta, il bel volto addolorato, le belle membra stanche nell'abito bianco; tutta la persona investì dalla testa al lembo estremo, fluido al pari di una carezza, vivo; ed Anna si pose a singhiozzare dolcemente come se l'esile mano di suo padre le stesse ancora sopra, tenera e scottante nel palmo; come se i suoi occhi buoni la stessero a riguardare e la sua voce uscisse calma e profonda a pronunciare parole gravi vestite di mitezza.
Il terribile male di cui soffriva, che le era fino allora rimasto ignoto, traboccò in quell'ora di supremo abbandono. Anna vide chiaro nel proprio cuore. Amava Flavio. Sollevò la fronte con lentezza, quasi arrossendo, nuova alla gran passione. Davanti a lei, sulla parete illuminata dalla luna, il ritratto di sua madre le apparve ad un tratto muto e senza sguardo. Oh! quella posa addolorata, umile, quasi implorante da tanti anni l'oblio, quella posa di anima chiusa e piagata, là, in quell'ora, in quel grande travaglio d'ogni suo sentimento, mentre nessuno la sorreggeva, nessuno la consigliava, oh! quelle pupille materne chinate davanti alle sue.
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— Perdòno, perdòno, madre mia!