Una dolcezza somma la invase, la penetrò. Le parve che morbide braccia la cingessero cercandole il cuore con una tenerezza immateriale. Ricordava ella mai un abbraccio di sua madre? Così doveva essere l'abbraccio di una madre. Lagrime soavi, ristoratrici, le bagnavano le palpebre. Anna le sentiva, prima calde, raffreddarsi a poco a poco sulle guancie. Una impressione di freschezza la prese pure lentamente alle spalle. Guardò verso il terrazzo; la luna era scomparsa. Varcò la soglia e sull'ultimo lembo di cielo le apparve l'aurora.
In quel momento si udì chiamare per nome. Era Flavio.
— Salva! — esclamò Anna appena la vide.
Il giovine venne a raggiungerla sul terrazzo, già pallido per la notte insonne, reso più pallido dalla commozione.
— Ha sempre riposato — soggiunse Anna. — È senza febbre. È salva.
Il volto del giovine intanto passava per tutte le gradazioni del color roseo.
— Come l'ama! — pensò Anna.
Sedette sul muricciuolo perchè si sentiva immensamente stanca. Ma anche Flavio la osservava, colpito dalla espressione di patimento visibile in tutta la persona di lei, quel misterioso patimento che gliela rendeva così profondamente cara, che già da qualche tempo la minava ma che appariva allora raddoppiato.
— Soffre? — chiese con uno sguardo intenso di tenerezza, mettendosele quasi ai ginocchi nell'attitudine intima ed implorante di quando era fanciullo.
Anna scosse il capo dolcemente senza rispondere. Guardava al di là degli orti la linea del cielo che si andava imporporando.