—Quale follia—dissi procurando di conservare un tono basso e calmo—che cosa fate ancora lì? Chiamo Pietro; egli non s'è accorto che eravate in casa.
—Non chiamate alcuno; ho bisogno di parlarvi, ve l'ho detto.
Accorgendosi che esitavo, imbarazzata, Egli soggiunse:
—Apritemi, ve ne prego.
Accesi un lume e discesi. Nello schiudere la porta un soffio di vento mi spense la candela così che non potei frenare un piccolo grido. Egli tirò il catenaccio perchè l'imposta non sbattesse e prendendomi la mano mi trasse sulla scala semibuia senza pronunciare una sola parola, guidandosi al raggio della lucerna che usciva dal salotto. Non avevo paura, non potevo aver paura di Lui e tuttavia tremavo. Appena giunti nel salotto mi lasciai cadere sopra una sedia e gli chiesi angosciosamente:
—Che cosa volete?
Oh! ma come avrebbe potuto rispondere? Era pallido, di un pallore azzurrognolo, e i suoi occhi avevano una tale espressione di smarrimento che indietreggiai sbigottita. Egli si pose in ginocchio e nascondendo il volto nel mio abito vi soffocò una parola che non intesi.
Mi sentivo diventar di gelo, colla sensazione di una sofferenza diffusa in tutto il mio essere e poichè la sua testa stava sempre sui miei ginocchi e le sue braccia si alzavano verso di me implorando, mi gettai indietro col busto, irrigidita dal terrore, cercando di sfuggire il suo contatto.
—Vi ispiro tanta ripulsione?—mormorò ancora la sua voce stranamente alterata.
—No, no, ma lasciatemi!—gridai in un impeto di paura, di dolore, di avvilimento.