—Siete sincera?—domandò, figgendomi gli occhi in volto.
Pensai che un momento di debolezza mi avrebbe perduta irremissibilmente.
—Lo sono—risposi.
Egli mi lanciò uno sguardo acuto e chinò la fronte.
Fu quello uno dei nostri ultimi colloqui. Avendo scritto a mio marito che acconsentivo a andare a Parigi col bambino, mi rispose invitandomi ad affrettare la partenza perchè avrebbe potuto venirmi incontro a mezza strada. Il destino aiutava così il mio coraggio.
L'inverno era quasi finito, la temperatura non era più rigida e qua e là si squagliava la neve; il mio giardino esposto al sole non ne serbava più traccia. Guardando i rami nudi delle acacie pensavo con malinconia che non li avrei visti fiorire.—Oh! mia diletta signora, aveva esclamato l'Orsola piangendo—quando ritornerai io sarò morta.
Dovetti nascondere anche a lei la mia angoscia, mentre salutavo in silenzio tutte le piante, tutti i sassi, tutti i muri. Andando in chiesa una domenica—l'ultima domenica—salutai pure da lontano la Querciaia ricordando il giorno sereno in cui l'avevo visitata con altri occhi e con un altro cuore.
—Io so—dissi a mio cugino la vigilia della partenza avendomi sorpresa dinanzi al cembalo occupata a riunire la musica—che dovrò pur rivedere questi cari luoghi e questi cari oggetti, ma li rivedrò io come sono ora?
—Siatene certa. Che mai si perde lungo la vita se non la materialità del fatto? Lo spirito delle cose è immortale. è questo in fondo ciò che noi amiamo.
Egli sapeva dire, come sempre, al momento opportuno le parole più penetranti. A un tratto mi chiese: