Questo devono aver presente coloro che si accingono a diventare scrittori: uno contro tutti.
Possibile! — pensano gli ingenui.
Precisamente, amici miei. Il pubblico non sa che cosa farne dei libri nuovi; alla sua scarsa curiosità risponde il rigurgito delle biblioteche di tutto il mondo e un volume nuovo è accolto colla più profonda indifferenza, tolto il caso che ragioni estranee all’arte vi abbiano creato intorno un po’ di chiasso. “Ma il chiasso noi lo faremo„. dice qualcuno. Anche questo non è facile come sembra. Lo scetticismo di editori, lettori e critici innalzerà una muraglia tra l’opera vostra ed il pubblico. È grazia se fra una dozzina di coloro che fanno la ronda alle vetrine dei librai uno si accorge della pubblicazione. “Ah! lei ha dato alla luce un nuovo parto del suo ingegno? Bravissimo, mi rallegro. Volevo comperarlo, l’altro giorno, ma mio fratello lo porterà a casa dal Circolo e lo leggerò ugualmente. Sono tante le spese!„.
Allora vi raccomandate all’editore perchè faccia parlare i giornali. È bello il vostro libro; ci avete messo la parte migliore di voi stessi; quando lo avranno letto dovranno ammirarlo per forza! L’editore risponde che vende i libri che gli vengono chiesti e che ne mandò cento copie ai giornali. Cento copie! Ve ne partite confortati. Saranno cento persone intelligenti che lo leggeranno, cento cuori che batteranno all’unisono col vostro. Aspettate le critiche con trepidazione. Rade rade, corte corte, svogliate, ne appare qualcuna finalmente. Sono tutte su uno stampo. Il sedicente critico col gesto disinvolto del ciarlatano che si prepara a fare la frittata in un cappello, vi sbriga in fretta raccontando a suo modo e col suo stile ciò che avete scritto a modo vostro collo stile vostro e dimentica lo sciagurato! che i lavori di scorcio non riescono che ai grandi artisti.
Ecco qui — egli sembra dire — vi risparmio la fatica di leggere il libro: Luisa abbandona la casa paterna, per farsi attrice. Incontra un ufficiale che le propone di sposarla. Ella lo ama ma non vuole; non si capisce il perchè. Si pente dopo, ma troppo tardi. Arte ed amore le mancano. Soggetto non nuovo, come si vede. Lingua discreta ma con qualche francesismo.
Voi cascate dalle nuvole. Come! È questo il vostro lavoro? Luisa intanto non è il nome della protagonista; è quello di una sorella che il critico non nomina neppure e che deve essere il filo d’Arianna di tutto il romanzo. Così non si capisce nulla. E la grazia dei particolari? E la forza del dialogo? E la vita dei personaggi? E l’idealità del concetto informatore? Nulla, nulla, nulla. Vi sentite soffocare, siete tentati di gridare: Al ladro! No, non è permesso manomettere così la roba degli altri. Piangete, o bestemmiate, o gridate, o ve ne state muti e frementi per l’indignazione, o chiedete sul serio: Perchè quel signore ha trattato tanto male il mio libro? — e vi sentite rispondere placidamente: Male? Non mi pare. Ha detto che la lingua è discreta. Capirà, con tutti i libri che ingombrano i tavolini di redazione il povero giornalista diventerebbe matto se dovesse leggerli.
Correte dall’amico o dall’amica che ha relazioni, che aveva promesso di occuparsi del vostro libro e trovate un volto preoccupato, una stretta di mano distratta e superficiale. Quante cose avvennero dal giorno della promessa! una rappresentazione della Duse, una toilette sciupata, il progetto di un viaggio, il principio o la fine di un amore... Il vostro libro? Ah! non avete più il coraggio di parlarne. Vi sentite solo, solo con esso, col vostro sogno, colla vostra illusione, colla vostra passione; solo nell’ampio mondo che non vi guarda, che non si interessa affatto a ciò che avete scritto per lui, che non gli importa nulla dei vostri pensieri e delle vostre convinzioni; che lavora, mangia, dorme, va a spasso, si diverte, si annoia, sta bene, sta male, lungi ben lungi da voi e dalle vostre fantasime. E vi abbattete intontito e grullo sulla vetrina dove il vostro libro giace nella immobilità tragica dei morti.
Di fronte a tali insuccessi la vocazione che era in fondo semplice suggestione ripiega presto le tende, ma si è perduto tempo, salute, qualche volta denaro, illusioni sempre. La vocazione vera si ostina. Disponendo di un capitale ancora lo mette tutto sulla posta; e novantanove volte su cento perderà dell’altro tempo, altra salute, altro denaro, altre illusioni. Poichè la proporzione della riuscita è di uno su cento (la fermo qui per non terrorizzare i neofiti ma in realtà è assai minore) duopo è che gli altri novantanove abbiamo sperato, lottato, lavorato invano. Non tutti è vero cadono mortalmente. Sulla lunga scala che guida alla fama noi vediamo ad ogni scalino corpi giacenti, chi in principio, chi a mezzo, chi sul punto di toccare la cima. Sono coloro a cui le forse vennero meno e pur senza abbandonare la scala si aggrapparono dove poterono in più o meno nobile positura, ma tutti sopra uno scalino, anzi molti scalini più in basso di quanto avevano sognato, sentendo premere sui loro corpi piegati al suolo l’agile piede del conquistatore che li sorpassa.
“Ma se uno giunge alfine, perchè non sarei io?„ L’interruzione mi viene fatta da una soave voce femminile. Ebbene, sì, perchè non sareste voi? Vi prendo in parola signora. Ecco dunque che avete rinunciato alla speranza dei lauti guadagni, che avete visto in qual modo il pubblico accoglie le nuove pubblicazioni e sapete quanta fatica e quanta coscienza costa un libro sul quale il primo venuto può sputar sopra impunemente e sapete il calcolo che vi è permesso fare sull’aiuto degli amici, sulla solerzia degli editori, sull’intelligenza dei critici. Sono appassite le rose delle vostre ghirlande, tacciono i preludi allettatori delle lodi prodigate ai primi vostri passi; nessuno vi sorregge nè vi incoraggia più; i benevoli che un tempo si occuparono delle cose vostre sono attirati altrove, poichè ogni giorno spunta un astro nuovo verso cui piega la momentanea attenzione e voi state per essere travolta irremissibilmente nella gran ruota del tempo...
Tutto il vostro essere si ribella, nevvero? Avete consacrato la vita all’opera vostra, le avete dato il sangue migliore delle vostre vene; quella divina giovinezza che per gli altri è tripudio e festa, fu per voi austera preparazione e fu tutta la vostra esistenza olocausto al culto del pensiero. Non la vanità vi mosse, non il contagio dell’esempio non la bramosia di lucro. Avete dovuto vincere voi stessa ed altri, sorpassare ostacoli, frangere barriere, prendere sentieri di traverso, per correre ad impugnare la penna che nelle vostre mani significava corruscamente di lama. Nevvero, nevvero? Voi sentite di essere artista, di essere poeta, e la gran fiamma che rugge nel vostro cuore vi fa sicura della vostra vocazione.