Modesta pensatrice cui move unicamente il desiderio della verità, io leggo sempre con attenzione quello che scrivono i miei avversari per sostenere la loro opinione, disposta a ravvedermi se trovassi nelle loro argomentazioni un solo pensiero alto, un vero ideale per gli uomini: ma confesso di non averlo trovato mai. Se gli uomini fossero migliori delle donne, oh! di certo queste dovrebbero fare il possibile per eguagliarli, ma poichè sono semplicemente diversi ed in tale differenza sta la legge armonica della natura che a tutto ciò che è vitale assegna una particolare funzione, nessuna nobile meta può raggiungere la donna nella concorrenza. Di tutte le altre ragioni addotte non conviene tener conto quando si agitano problemi morali di ordine così elevato.
Rimanga la donna al suo posto da cui ha fatto tanto bene all’umanità, da cui ne farà ancora col resistere allo spirito volgare che ne circonda da ogni lato e che anche lei tenta, vestendo, naturalmente, le bianche forme di un angelo liberatore. La vera schiavitù dalla quale ella deve liberarsi sta nel concetto materialista della felicità, sta nel credere che il suo ingegno produrrebbe migliori frutti e maggiori soddisfazioni le darebbe in cattedra anzichè in casa; e credere che ella sarebbe più utile a se stessa ed all’uomo guadagnando del denaro; e non capire e non sapere ed avere dimenticato di quale delicatezza, di quale ardore misterioso sia circondata la sua missione sulla terra, così splendida e meravigliosa che ella potrà, sì, degenerando, esercitare i lavori maschili, ma nessun uomo saprebbe mai tra la più grande elevazione preparare i miracoli che ella compie nel silenzio del suo amore. Sono miracoli intimi, invisibili, imponderabili, non hanno nome, non si possono misurare nè descrivere, ma sono il suo genio, sono l’opera sua, il suo privilegio, il suo segreto. L’intelligenza della donna non deve disperdersi altrove perchè altrove non c’è bisogno di lei e qui, nel focolare, nel tempio, quando ella sarà lungi entrerà la morte.
Già possiamo vedere gli effetti della propaganda femminile materialista in uno dei paesi dove si è maggiormente sviluppata, nel Belgio. Laggiù, nelle malinconiche borgate dense di opifici e di fabbriche, dove sulle case basse tutte uguali non aderge la maestà della chiesa e dove solo brillano di luce sinistra i fanali delle taverne, uomini e donne conducono la medesima vita di officina, fuori della casa. Le donne sono rappresentate al Consiglio del lavoro e dell’industria, hanno diritto al voto, percepiscono lo stesso salario dell’uomo, ma avviene questo: che l’uomo privato della sua responsabilità di capo della famiglia, privato del sentimento generoso della protezione e della forza, si dà più che mai all’alcoolismo e poichè la donna non rappresenta più per lui alcuna gentilezza di ideale, non gli par vero di scaricarle addosso tutti i pesi e di vivere alle sue spalle. Conseguenza logica e fatale di una dottrina che soffoca ogni elevazione per sostituirvi il basso raggiungimento di un livello comune dove l’animalità primitiva, atterrate le barriere in cui l’avevano costretta le conquiste della civiltà, ritorna con tutti i suoi istinti selvaggi.
Oh! il momento veramente ispirato per una nuova Giovanna d’Arco, per una guerriera dell’ideale, che cinta di virtù femminili movesse alla novissima battaglia e contro questo preteso femminismo fatto di ambizione e di materialità bandisse il verbo d’amore che è il segreto, la potenza, la superiorità del suo sesso. E vorrei che non fosse, come Giovanna d’Arco, sterile, ma che la maternità le avesse già rivelato la via luminosa della donna attraverso i secoli.
LA DONNA E LA CULTURA
Sopra un punto importante della questione occorre insistere e non deve arrestarci la considerazione che le cose le quali stiamo per dire possano per avventura essere già state dette, perchè il bene morale consiste, piuttosto che nella ricerca del nuovo, nella ripetizione costante di due o tre verità immutabili; persuadiamoci di questo: “Importa poco che un’idea sia vecchia e recente. È vera? È falsa? Ecco ciò che interessa„.
Falso senza alcun dubbio è il modo col quale i femministi presentano la questione, imperniandola sopra un criterio di inferiorità della donna che nessuno seriamente si sogna di ammettere, ma che offre loro buon gioco per schierarsi a paladini di una causa che non esiste. Incominciando a dire che la donna è ritenuta inferiore, si preparano la scala per slanciarsi a liberarla da cotesta prigionia ipotetica ed arrivano alla conclusione che inferiore veramente è, ma per colpa dell’uomo il quale l’ha sempre dominata ed oppressa.
Ora la verità vera è che da quando l’umanità uscì dai limiti sconosciuti ed ebbe una storia, quando sulla inconsulta brutalità del selvaggio si vennero delineando i primi albori della coscienza, e via via che la sostanza psichica quale sprigionata farfalla si librò dalla conquista animale alle conquiste del pensiero, si vide la donna salire lentamente insieme al suo compagno, assurgere, entrare con esso nei nuovi mondi conquistati, così che mai, in nessun periodo del lungo cammino percorso l’uomo si trovò solo — e quando occorse il sacrificio, quando occorse l’eroismo, quando bisognò lottare, soffrire, morire, la donna lottò, sofferse, morì con lui; morì con lui nell’esilio, sui campi di battaglia, nelle prigioni, nella tortura, sotto la mannaia, sulla forca.
Si può immaginare che le donne della storia antica, le donne romane, le donne dei tempi di mezzo, le donne del Rinascimento, le donne della Rivoluzione Francese, le donne del Risorgimento italiano, sieno messe tutte a fascio come un batufoletto di cenci vecchi e mandate alla cartiera dalla quale deve uscire sotto altra forma la donna nuova? la donna forte cioè, la donna superiore? — poichè quelle altre che dormono ora così serenamente nei loro sudari di martiri, nelle loro vesti insanguinate o nei miti veli della loro spirituale bellezza — esse che ispirarono poemi immortali, non furono che larve di donna? No, non voi troppo lontane sotto la polvere dei secoli, eroine antiche; ma voi dalle ceneri ancora calde, Teresa Confalonieri, Anita Garibaldi, Adelaide Cairoli — e la interminabile falange di quelle senza nome e senza storia, oh! benedette, la di cui immagine passò come ultimo raggio all’ora estrema nelle pupille dei nostri Grandi, mirate la povertà delle anime nostre; un diploma vogliono, un titolo accademico.... E voi non eravate neppure maestre!
Ma lasciamo stare i morti o almeno quelli fra i morti che noi non abbiamo conosciuti e guardiamoci attorno; cerchiamo nella nostra memoria, fra i parenti, fra gli amici. Sono così disgraziati i femministi da non trovare nelle loro famiglie, che donne senza coscienza e senza dignità? Non hanno essi mai osservato nell’ambiente della borghesia, e fra i piccoli artigiani e fra i contadini, dove i mezzi sono scarsi, la cultura nulla, dove spesso l’uomo è accasciato dal lavoro e dalla responsabilità, quale posto importante vi occupa la donna? Non le hanno viste proprie mai le donne econome, laboriose, serie, prudenti, amorose, pazienti e magari analfabete, ma ricche a dovizia di quel sentimento tutto femminile che è l’abnegazione e l’amore della casa? Non conoscono gli infiniti matrimoni nei quali il valore intimo della donna supera di gran lunga quello dell’uomo e lo supera precisamente in condizioni dove la cultura non ha nulla a vedere? E nei negozi, negli affari, nelle contese, nelle questioni di interesse, di opportunità, di convenienza, quante volte la moglie vede meglio e più lontano del marito? Quante fortune pericolanti furono salvate da una donna? Quante donne rimaste vedove, provvidero colla maggiore saviezza al buon avviamento dei figli mentre nessun uomo potrebbe fare altrettanto? E con una tale corona di meriti, con un campo così fertile dischiuso alla sua operosità e già coperto di sì ricca messe, dovrà la donna aspettare che la propria coscienza e la propria dignità le vengano bandite da appositi Comitati? Ma sono cose dell’altro mondo!