Sta bene che si combatta la frivolezza della donna, la civetteria, la maldicenza, tale e quale come si possono combattere la grossolanità ed altri difetti degli uomini e meglio ancora fare una guerra leale alle colpe che i due sessi hanno in comune e che sono senza dubbio le più numerose, ma pretendere che dopo diciannove secoli si debba tornare a levare un’altra costola all’uomo per rifare la donna, ah! è troppo.
La singolare confusione che si fa ora tra senno e scienza, fra criterio e cultura, contribuisce a spargere l’erronea credenza che tanto maggiori saranno gli studi della donna e meglio soddisferà i suoi obblighi di madre e di educatrice; modo questo assolutamente ristretto e materiale di considerare una questione dove l’essenza spirituale è tutto. Qualcuno che vale un po’ più di me ha già detto che la fede nel libro scolastico è uno dei grandi pregiudizi del secolo; (Spencer) ma si continua a credere che lo studio delle lingue sviluppa l’intelligenza e tutto porta a temere che si continuerà per un pezzo. Piccole famiglie di mezzi limitati vanno incontro a spese ed a sacrifici gravi perchè si reputerebbero disonorate se non mandassero le loro figliuole all’estero per educarsi e quando ritornano, sviate dalla casa, lontane dalla madre, ricche di nozioni e povere di esempi, povere di quel sentimento domestico che è la forza della donna e la base della famiglia, che cosa volete mai che facciano se non ricercare affannosamente fuori delle lor quattro mura il perchè della vita che si sono lasciate sfuggire di mano?
Le parole hanno un destino crudele; le più nobili, le più sante fra di esse, goccie preziose di un liquore che si dovrebbe conservare nel più profondo sacrario della coscienza, sparpagliate da fanciulli pazzi e crudeli corrono per il mondo, si infiammano, accendono voglie inconsulte, vanità latenti, e sotto il bel nome sonoro di amore vanno distruggendo e soffocando la radice stessa dell’amore che è la donna. Vuole la donna riescire utile e compiere fino in fondo la sua missione? Si alzi e tenda le braccia; nel breve cerchio della sua persona troverà tanto bene da fare, silenziosamente, quanto le trombe di cento Comitati non faranno mai. Ogni donna faccia così, e sarà per tutta la terra come un onda propagata di piccoli cerchi armonici, come una rete di sottile incanto dove si acquieteranno le ire degli uomini.
Quello che io domando non è facile, lo so, ma quello che propongono i femministi è inutile, ed è peggio. Essi vogliono offrire alla donna il posto della mosca che si immaginava di guidare il carro. Sanno bene che il lento passo dei buoi e il sudore che gronda dai loro fianchi e la preoccupazione del bifolco inteso a scrutare i solchi sono i soli fattori del maestoso lavoro, ma la mosca, ronza, ronza, ronza e c’è pur qualcuno che la prende sul serio.
Io l’ho già detto altrove, però questa è appunto una di quelle verità che conviene ripetere. Se si potessero aprire scuole di criterio, di rettitudine, di senso morale, e si fosse sicuri di vederle frequentate con profitto, varrebbe la pena di sopprimere una buona metà degli edifici cittadini per convertirli a questo scopo; ma finchè le scuole sono quelle che sono, cioè una fredda e indigesta distribuzione di sapere in pillole e i maestri dei disgraziati obbligati a insegnare le origini del Missisipì e la fondazione dei gonfaloni a fanciulli in cui la coscienza è già guasta molte volte e la dignità già offesa, perchè sventolare continuamente la bandiera malamente dipinta dell’istruzione che tante magagne nasconde e nessuna risana? Cos’è mai l’istruzione impartita così se non un abito di gala messo sopra a una persona senza camicia? Che i ministri nel tracciare i loro programmi si allontanino affatto dal criterio educativo, hanno torto, ma si capiscono; essi sono oggi ministri dell’istruzione come ieri erano avvocati e domani chi sa che cosa. Ma le donne, le educatrici nate, se perdono in tal modo la bussola dove anderemo a finire? Esse hanno in mano la coscienza del fanciullo, che è la sola cosa necessaria, e non se ne curano; ed hanno l’istruzione della quale si può fare a meno, che forma tutto il loro tripudio. Esse difatti vi parleranno sempre dell’intelligenza dei loro figli, dimenticando che l’intelligenza non è che una impugnatura sulla quale bisogna innestare una punta di ben terso acciaio se si vuole che l’opera sua nel mondo sia profittevole.
Vi sono, certo, donne colte che hanno sentimento, passione, buon senso, amore della casa e della vita intima; ma queste belle qualità femminili le conservano ad onta della cultura, non per essa. Essa, la cultura impartita a donne vane, leggere, superficiali, senz’anima e senza criterio le lascia tali e quali colla saccenteria in più. Non è dunque solamente inutile; è in molti casi anche dannosa.
Nè basta. La voce della scienza ha già avvertito che tutto lo sperpero di forze fatto dalla donna per contendere all’uomo le occupazioni della mente diminuisce il tesoro di energie intatte di cui la donna è per così dire il serbatoio; forze eguali a quelle dell’uomo, ripetiamolo, senz’ombra di inferiorità, ma destinate a diverso impiego; impiego dopo tutto che alla natura preme assai più di ogni altro.
Mettiamoci bene in mente che una donna la quale porta con pazienza per nove mesi un bambino e dolorando lo mette alla luce, indi lo cura con intelligenza, lo circonda di soavità, lo cresce sano, gli forma il carattere, gli fa amare la bellezza, lo educa alla morale, questa donna ha dato al mondo un uomo giusto e sfido chiunque a fare opera più grande.
Provvedere poi alle donne che non possono essere madri coll’insultarle tutte e traviarne la missione, equivale al rizzare un ospedale e scrivervi sopra: casa per i sani. Fate l’ospedale, se occorre, ma abbiate il coraggio di chiamarlo ospedale. Per me tutto il movimento femminista si riduce a ciò. E non credo che un corso di storia o una dissertazione letteraria possano mai consolare una donna della sua vita mancata; ma ancora più illogico mi sembra educare le fanciulle col preconcetto che debbano restare zitelle; tanto varrebbe privarle appena nate degli organi della maternità.
Noi le vediamo queste povere fanciulle trotterellare, cariche di quaderni, dalla scuola alle accademie intanto che la madre se ne sta in casa sola, oppure le segue docilmente facendo la spola innanzi e indietro — necessariamente divise d’anima e di pensiero. Le vediamo nella fresca età delle illusioni anemizzarsi sui banchi delle scuole, piegare la morbidezza istintiva verso un rigido ideale cattedratico, correre, affannarsi, profanare la loro femminilità in una gara che sarebbe grottesca se non fosse sommamente dolorosa. Non i baci impallidiscono le loro labbra, non le ansie misteriose del sesso ricercano le loro membra: sono stanche, sono affrante, sono anemiche senza avere compiuto nessuno dei loro doveri, senza avere affermato nessuno dei loro diritti, povere tradite cui attende la nevrastenia.