—Vedi—disse Alberto in tono conciliante—mia moglie si immagina che quando un uomo sta per ricevere il settimo sacramento debba prepararsi con mortificazioni, estasi, preghiere, ritiro dal mondo, astinenze…
—Già, già—-esclamò il farmacista ridendo—sono tutte eguali. Non per offenderla, sa? Le chiedo scusa, non per offenderla, ma anche la mia fidanzata mi domanda sempre se l'amo, se amo lei sola, se l'amerò sempre…
—E non è naturale?—disse Marta con fuoco.
Rispose Alberto:
—Tanto naturale che non occorre domandarlo.
Marta conosceva oramai quell'accento reciso, quella specie di muraglia che suo marito innalzava quando il discorso non era di suo genio. Sentì pure la sua debolezza, la sua solitudine in mezzo a quei due alleati naturali, e allora più che mai vide la intimità di Alberto co' suoi amici, quella grande porzione di vita da cui era esclusa, lei, che aveva creduto, sposandolo, di fondere due vile. Un abisso la separava dall'uomo a cui s'era data, che le era straniero, che non aveva lo stesso sangue, nè gli stessi pensieri, nè la stessa anima, che aveva vissuto trent'anni senza di lei, ch'ella non aveva mai visto piangere, che trovava inutile dirle: ti amo… e un bisogno irresistibile l'assalse, il bisogno di gettarsi nelle braccia di sua madre.
I due amici erano usciti dalla camera, avviandosi giù per la scaletta nel tinello.
—Badi che c'è un chiodo accanto all'uscio disse Toniolo—gentilmente —l'avverto per l'abito.
Sul tavolino, nel tinello, giaceva ancora il ritratto della sposa.
Marta lo guardò a lungo, con una malinconica simpatia, e non riuscendo
a vincere la tenerezza di cui il suo cuore traboccava, si accostò ad
Alberto e gli strinse furtivamente la mano.
—Sì, sì—fece egli col tono di chi vuole acchetare un bambino riottoso.