Il volto di Alberto, sul quale Marta teneva sempre gli sguardi, scompariva tra le spalle poderose di Merelli e il torace ampio, squilibrato del dottorone; ella lo scorgeva come un punto luminoso, velato leggermente dal fumo, e ne raccoglieva ogni parola, ne seguiva ogni gesto, pascendosi di un'occhiata che cadesse dalla sua parte, raccogliendo le briciole dello spirito e della cordialità che Alberto distribuiva agli amici.

Erano suonate le undici da un pezzo ed ella, nella muta contemplazione, si sfibrava, presa dalla noia e da un principio di sonno, con la visione lontana del suo letto, della sua dolce casa.

Ma si erano messi a discorrere delle colonie d'Africa e venne la mezzanotte. Merelli sbraitava nella esuberanza del suo temperamento sanguigno, per cui Toniolo mormorò piano, sorridendo:

—Ce ne vorrebbero due al giorno delle Ninette per quello lì!

Marta si sentì sollevata quando Alberto, levandosi in piedi, annunciò che si partiva.

Non volle il braccio di nessuno; appena uscita si avvinse a suo marito, carezzevole, amorosa, con certi scatti da bambino freddoloso, tenendo voltata la faccia per sfiorare con le labbra la manica di Alberto.

Merelli e il dottore lasciarono che i due sposi andassero a casa soli.

A mezzo d'una via, una donna, uscendo frettolosa da una porticina, attraversò loro la strada, passando così presso ad Alberto da urtarlo. Marta sentì il contraccolpo di quell'urto, vide la donna che si era fermata mezzo minuto, audacemente, accanto a loro, ed Alberto che aveva fatto un movimento indietro, ed ancora la donna che era scomparsa rapida, rompendo l'oscurità della notte con la striscia chiara del suo abito.

Tutto il sangue di Marta le affluì al cuore.

—È Giuditta!—esclamò stringendo con violenza il braccio di suo marito.