Recentemente aveva letto di un sultano che si innamorò di una ignobile negra addetta ai più bassi servizi del palazzo, la sposò e la fece sultana Validé, preferendola a tutte le odalische dell'harem.

Non era dunque la gracilità della sue membra e il suo profilo scorretto che vietavano ad Alberto i deliri dell'amore. No certo, perchè Alberto le aveva detto tante volte, col suo accento gentile, che gli piaceva così come era, gli piaceva tutta e la trovava immensamente simpatica, co' suoi capelli castagni ondulati, la sua fronte bianca, gli occhi ridenti e la bocca seria, ciò che formava un grazioso contrasto.

Ma non era ancor tutto. Il punto per lei più oscuro, più incomprensibile era che ella stessa non trovava nelle braccia di suo marito, amandolo come lo amava, la più lieve ebbrezza. E questo la persuadeva di essere una creatura imperfetta, incapace a dare ed a ricevere l'amore.

I suoi scoraggiamenti avrebbero fatto pietà se Alberto li avesse osservati, se avesse potuto comprenderli, se, nella sua bontà superficiale, non si fosse appagato del malinconico sorriso di Marta e de' suoi occhi dolci che lo guardavano amorosamente.

Dimagrava, è vero, e su questo fatto visibile i commenti degli amici e degli indifferenti si sbizzarrivano con le supposizioni più disparate, spesso maligne. Egli sospettava che fosse incinta, e senza cercare più in là raddoppiava i modi cortesi, sorridendo al futuro.

Insieme non stavano molto; a colazione e a desinare, raramente nelle ore intermedie. Alberto tutte le volte che usciva per i suoi affari, baciava la moglie sull'una e sull'altra guancia. Ella lo seguiva, attraverso il cortile, fino alla porta di strada; quando egli era in fondo alla via, si voltava indietro.

Marta rientrava in casa momentaneamente lieta, sentendo la sua dignità di moglie e di padrona, decisa a occuparsi dei suoi doveri di massaia.

Si era provveduta di un cuciniere moderno e su questo spiegava all'Appollonia una quantità di manicaretti; occupandosi ella stessa di una faccenda che interessava moltissimo Alberto, riempì la credenza di conserve, di frutta nello spirito; discese in cantina, e, aiutata da Gerolamo, vi pose un ordine nuovo; salì in soffitta, arieggiando mobili accatastati da anni ed anni, rimettendo fuori stoviglie disusate.

Nell'ampio guardaroba, che la madre di Alberto aveva arricchito di ogni ben di Dio, passò giornate intere, rovistando, spiegando, ripiegando, mettendo in fila dozzine di lenzuola.

Il suo istinto di donna trovava un pascolo nella casa agiata, nella vecchia casa dove le stanze erano così liete, dove tutto sorrideva nel benessere, nella pace, dove perfino la voce da ventriloquo di Gerolamo aveva intonazioni festose, ed il faccione rubicondo dell'Appollonia spiccava sulla soglia della cucina, nella sua onestà ingenua, come lo stemma della casa patriarcale.