Mària passava le giornate sul suo picco solitario, dove i colpi sembravano ripercossi più fortemente dal vuoto del sottostante abisso. Ella contava i primi colpi, ma non sapeva contare molto; e quando non poteva più andare avanti, stringeva le labbra, come per un interno dolore.

Un fascino straordinario le veniva da quel combattimento ignoto, un tumulto nel sangue, un impeto di correre e di mischiarsi ai combattenti.

—Non ti piacerebbe andar là?—chiese a Maria; ed il suo occhio apparve così ardente che la dolce fanciulla se ne sbigotti.

—Maria Vergine!

Un'altra volta le disse:—Non pensi tu che, al di là di questi monti, lontano lontano, dove finisce la valle, esistono ancora delle città, come Ninive, come Babilonia? e dei Re come Salomone e delle Regine come Saba? L'oro e le gemme dove saranno se non laggiù? Oh! vorrei vederla una gemma! Le gemme abbelliscono una donna, poiché Giuditta se ne adornò quando volle piacere ad Oloferne.

—Gesù!

La dolce fanciulla si coperse il volto colle mani, e Mària tacque.

* * *

Da quel giorno i suoi silenzi crebbero, si fecero più cupi. Non volle più mischiarsi ai giuochi ingenui della sorella; le visioni luminose di costei, tutto quel mondo ideale dov'ella trovava la felicità, sembrava irritarla sempre più. Un pensiero oscuro le solcava la fronte, una fiamma la divorava internamente, ed i suoi occhi ne serbavano il riflesso. Quando non stava muta e concentrata sul suo picco spariva per lunghi intervalli, e ritornava poi stanca, coi capelli arruffati, le guancie in fiamme.

Aveva delle ore di languore estremo. Pregava appassionatamente, sopratutto la sua preghiera d' elezione, ch'era il De Profundis. Diceva il primo versetto con un fervore che le metteva dei singhiozzi nella voce: De profundis clamavi ad te Domine, Domine exaudi vocem meam. Ma continuando, diventava pallida pallida, la voce le moriva in gola, uno sguardo lungo, disperato, sembrava scovare dall'anima sua l'intimo anelito e portarlo su quelle parole ardenti fino a Dio.