Vuotato di sè egli era fino all'ultimo punto; la sua persona non gli apparteneva che a guisa di un abito tolto a prestito, e similmente considerava tutti gl'interessi degli uomini. Soleva ripetere con grande compunzione la teoria di San Tommaso:
"Nell'universo ciascuna creatura è per la sua perfezione; le creature più ignobili sono per le più nobili, onde quelle che stanno al di sotto dell'uomo devono servire l'uomo; poi tutte le creature sono per la perfezione dell'universo, e infine tutto l'universo tende a Dio come a suo fine."
Questo scopo della perfezione lo investiva di un ardore continuo, lo traeva agli eccessi. Egli andava a cercare i miserabili nelle loro tane più infette, divideva con loro il suo pane e si coricava al loro fianco.
Egli visse a lungo coi beoni, coi ladri, cogli appestati, cogli atei; passò quale meteora nei covili infesti del vizio e del delitto; predicò la sua parola d'amore e di pace sui trivii dove le più sozze vendette si compivano in tragedie di sangue. Passò inascoltato, puro e disilluso, ed andò a portare la sua fede ardente in altri luoghi.
Egli volle conoscere il mondo dei felici che, non avendo nessuna lotta, nè di denaro, nè di sensi, nè di ignoranza, parevano i meglio disposti ad accogliere la grazia; ma anche qui naufragò nei gorghi più crassi del materialismo e della indifferenza. Le divine parole "ciascuna creatura è per la sua perfezione" sembrava che si fossero arrestate alla soglia di quel tempio di egoisti. Non vi erano fra loro creature nobili, nè ignobili, ma solo una massa uniforme e compatta di pilori e di ventri.
Andò, andò ancora, cercando con ansia amorosa là dove la fede gli indicava più sicuro tabernacolo ai suoi ideali, e fu l'ultimo, il più terribile dei disinganni.
Allora, afflitto, non scorato; misero, ma non solo, poichè Dio era nel suo cuore, si ridusse all'unica adorazione del Creatore, rimettendo a Lui, che guida la caduta delle foglie, anche la salute degli uomini. Calmato così di ogni sete terrena, il suo misticismo si rivolse tutto alla contemplazione.
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Fu allora che incominciò a vedere angeli erranti nell'accavallamento delle nubi, schiere di cherubini sui prati quando saliva la nebbia, e, se l'arcobaleno cingeva i monti, si buttava in ginocchio in preda all'estasi, tendendo le pupille verso le vette dove gli sembrava di scorgere profetiche parole scritte in lingue di fuoco.
Se dall'estasi religiosa passava all'umiltà della vita quotidiana, in ogni atto, in ogni detto portava una tale astrazione dal reale che ben presto vennero a parlare di lui come di un fenomeno, come di un essere vivente in sogno.