Aveva in quel tempo cura d'anime in un povero paesello, di cui egli era anche il più povero abitante; ma starsene scalzo sulla soglia della sua casetta, mangiare radici, rattopparsi da sè i propri abiti, non gli parevano cose contrarie alla sua divina missione.

Senonchè il fervore ascetico cresceva fuor di misura; già egli non beveva neppure una goccia del vino consacrato, avendo per il vino una ripugnanza da isterico, e meglio, quella santa mortificazione del palato che, pari a S. Girolamo, gli avrebbe fatto sorbire senza accorgersene, olio per acqua. Di più si prese a vociferare che, nel suo stato continuo di rapimento, gli accadesse di compiere il suo parco asciolvere, consistente in una cipolla o in poche foglie d'insalata, prima di celebrare la messa.

E, a proposito della messa e delle altre funzioni domenicali, la sua condotta si faceva sempre più stravagante. Egli si rifiutava all'obbligo fisso della domenica, dicendo che tutti i giorni appartengono al Signore, e non si deve dedicare un giorno solo a chi è padrone dei secoli. Ma in tutte le stagioni, con tutti i tempi, i lavoratori se lo vedevano comparire davanti, ed inginocchiato in mezzo all'erba accompagnare l'opera dei campi con cantilene soavi e tenere o con inni ardenti di fede.

Una volta, mentre predicava in chiesa nell'occasione di una lunga siccità che minacciava di abbruciare tutte quante le messi, vide attraverso le finestre annuvolarsi il cielo e sui vetri cadere fitti fitti i primi goccioloni di una benefica pioggia.

Trasportato di riconoscenza, scese dal pulpito, e colle braccia, e colla voce e coll'esempio traendosi dietro la folla dei fedeli, li schierò tutti fuori del tempio, in aperta campagna, facendo loro ammirare la bontà della Provvidenza, e invitandoli a cantare nel pieno trionfo della natura il trionfo di Dio.

Dopo quel giorno, gli rimase l'abitudine delle prediche sotto il cielo.

Nei caldi meriggi dell'estate specialmente, egli raccoglieva i suoi parrocchiani all'ombra maestosa delle quercie e, umile in mezzo agli umili, parlava loro da fratello a fratelli, usando il dialetto famigliare a tutti, evitando le citazioni, servendosi della parola del Signore nella sua forma più umana per poter giungere fino all'ultimo dei cuori, fino al piccoletto cuore dei fanciulli a cui egli permetteva di trastullarsi intorno a lui.

Un forestiero, capitato a sentire una di queste prediche, se ne mostrò scandalizzato, e osò dirgli apertamente che vi era una casa consacrata alla preghiera e che questa casa era il tempio. Ma egli rispose pronto colle parole stesse di S. Matteo: "Vi dico che qui vi è alcuno maggiore del tempio." Ed anzi, avendo in quel giorno dimenticata la croce colla quale soleva benedire il suo docile popolo, colse dal prato un fiorellino, e, con esso tracciando nell'aria le mistiche linee, pronunciò col massimo fervore questa poetica invocazione:

"O Voi, dalla cui mano misteriosa prendo questo fiore in tutta la sua purezza, mentre il legno della croce è stato lavorato dagli uomini, Divino Fattore, questa purezza, questo profumo versateli sui vostri servi, così che noi possiamo, simili al fiore, seguire la vostra legge, e, chinando il capo alla mano che ci coglie, dire: Ei volle!"

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