Non occorreva, ma per eccesso di precauzione un poscritto avverte che questa novella non è storica. Che importava dei fatti ad Alberto Sormani, Egli che viveva tutto per le idee! Anche l’amore della donna non era per Lui che un tramite di elevamento, una forma oscura e misteriosa dell’ideale. Guardiamo Speranza, guardiamo Maria. Il loro amore è adorazione. Esse non amano l’uomo, ma il suo genio. Speranza dice ad Alberto: «Sii grande.» Maria dice a Gesù: «Sii grande.» E Speranza, che si chiamava Clara, «era così oscura» e Maria era «bella come i fiori oscuri dei giardini: dolce ed oscura come le figure che piangono sulle tombe nei cimiteri.»
«I capelli dell’una e dell’altra e gli occhi sono scuri.» Questo aggettivo che ritorna spesso alla penna di Alberto Sormani, più che l’imitazione di un maestro a Lui caro, risponde a un vero ideale dell’anima sua, essa pure scura e misteriosa nel fondo benchè attraversata da una gran luce.
Aveva la sua anima i molteplici aspetti di un organismo potente, ricco fino all’esuberanza. Coloro che assistendo alle rumorose riunioni del Circolo popolare o della Associazione degli studenti, udirono Alberto Sormani, tuonante sopra tutti, combattere con ardore le battaglie dell’individualismo, pronto sempre all’attacco, attento alla replica, audace, positivo, violento e così giusto e così fermo nel colpire, trincerato in quella sua dialettica che aveva tutto il bagliore e la resistenza di un’armatura nuova, non può forse immaginarselo passeggiatore sentimentale nei cimiteri, egualmente penetrato di entusiasmo per le bellezze di un’alba pallida o di un tramonto rosato, per le ombre dei cipressi sulle tombe abbandonate, per i fiori e principalmente per i fiori appassiti; infine per tutto ciò che è sogno, poesia, rapimento di una immaginazione oltre ogni dire sensibile.
Egli amava pure con passione l’ambiente intellettuale delle biblioteche, delle pinacoteche e l’ambiente mistico delle chiese. Il Duomo lo attirava colle ombre de’ suoi colonnati, colla profondità e l’altezza delle vôlte, col suo silenzio, col suo mistero. Per un gran tempo vi passò qualche ora tutti i giorni, uscendone esaltato e commosso. Era poeta nel significato più intimo della parola, ed era artista, ed era pensatore. Tolgo ancora dalle sue lettere: «Io sento dappertutto delle sensazioni vivamente, straordinariamente eccitanti. Io mi meraviglio e mi diverto sempre di tutto, sempre fremente di non riuscire a vedere l’intimo fondo di tutto. Vedo in tutto una gran luce di mistero, sento delle intimità nascoste; riunisco sempre tutto a qualche cosa di sublimemente grandioso e a qualche cosa di sublimemente grandioso lancio continuamente, senza tregua, tutto il mio essere, tutte le mie forze, tutto il mio amore. Provo una gran sete e mi disseto continuamente. Tutto mi sembra grande, profondo, inenarrabile e a tutto mi unisco con una specie di dolcezza... Cerco di vivere molto con me stesso e colle grandi cose senza parole. Quello che mi circonda pensa con me, si commuove con me. Mi sono abituato così fin da ragazzo, fin da bambino. Ripeto la frase di Marco Aurelio e dico al mondo: Io amo con te!» «Questo mi pare di dovere applicare a tutta la vita e non per un esercizio della fantasia ma per un bisogno del cuore. Il mondo è per me non solo ciò che posso sentire, ma tutto ciò che posso pensare, e dirigo il mio pensiero sempre a ciò che posso trovare di bello e di profondo; immagino le cose più delicatamente vibranti, immagino specialmente delle anime che diventano per me come cosa viva e le amo! — in un modo sfrenato, appassionatamente dolce, con una compassione che entra in loro, che si confonde a loro e che abbraccia lo spazio ove io le pongo colla mente e le cose che riflettono su di loro il loro incanto.»
E ancora «Quante volte perduto nei pensieri della natura e dell’arte, ho sprezzato tutto ciò che le misere creature umane potrebbero darmi; ho sentito un desiderio di essere solo, di non avere alcun contatto irritante ed abbassante. Mi pareva di avere nell’anima mia dei popoli e dei mondi che erano già troppi e che amavano misurarsi coll’infinito. Chi mi darà solamente la parola per esprimere, le lagrime per sfogare un sentimento al di cui paragone ogni altro mi sembra freddo e gretto e limitato e vile?»
Non ho mai conosciuto un’anima così ardente per tutte le cose ideali, così aperta al sentimento raro e squisito dell’ammirazione e così larga ne’ suoi voli da comprendere in un eguale entusiasmo Gesù e Darwin con un ecletismo grandioso che faceva stupire molti, che sembrava qualche volta una posa, una ricerca paradossale. Ma se posa c’era, se c’era il paradosso, queste erano manifestazioni inerenti al suo specialissimo modo di sentire e per ciò assolutamente sincere. Temperamento complicato ma schietto, padrone di sè eppure sempre pronto a darsi, a profondersi tutto fino al sacrificio per una idea che gli sembrasse nobile e alta; di una onestà e di un disinteresse rari a trovarsi, la sua vita era una ricerca febbrile della perfezione.
Sottoporre la materia al pensiero era uno de’ suoi ideali più vagheggiati; era anzi il suo punto di partenza per raggiungere tutti gli altri ed aveva riportato in questo campo tali vittorie che lo rendevano un po’ sdegnoso e superbo per le debolezze degli altri. «Non ho tempo di essere buono» mi disse una volta in cui gli avevo rimproverato la sua mancanza di carità e sotto questa dichiarazione ingenua e profonda si intravvede la lotta per uscire dalle piccole virtù, dalle virtù a buon mercato che dovevano riuscire così facili a lui e che egli calpestava sprezzantemente, fisso lo sguardo a una meta sublime. In quest’impeto di calda giovinezza aveva talvolta una foga barbara che il tempo avrebbe mitigata.
Non si accontentava facilmente degli altri è vero. Quando si ha un forte ideale è impossibile ammirare incondizionatamente una porzione di esso, che per quanto perfetta ci lascierà ancora un desiderio insoddisfatto; ma, è d’uopo aggiungere, non si accontentava interamente neanche di sè. Pur ritenendosi superiore, vagheggiava una scala sempre più ascendente e le sue potenze altruistiche si concentravano con indicibile amore nel sogno di una umanità più alta e più pura.
Preferendo la superiorità all’eguaglianza non impediva a nessuno di arrivarvi; al contrario invitava, incitava all’altezza, persuaso che tale modo di amare gli uomini è il solo veramente inefficace. E se qualche volta la sua parola prorompeva irruente era perchè amava la battaglia e stuzzicava per il desiderio della risposta e gettava nel mondo come una sfida le sue ragioni colla palpitante commozione di provocarne delle altre, anche migliori, anche più grandi, divorato come era del bisogno della luce!
Francesco d’Assisi si sentiva tormentato fin da giovinetto dall’idea di uscire dalla volgarità e di raggiungere una meta alta. Soleva dire a’ suoi compagni: «Vedrete che un giorno sarò adorato dal mondo intero.» E intanto era così allegro, così gaio, che in alcuni momenti dubitavano della sua ragione.