cerco ancora di lei.

Il poeta è colpito dalla mestizia eterna dei luoghi, mentre egli si trova sano e forte ed anche «malinconicamente felice». Quanta grazia in questo pensiero! E finisce col chiedere a sè stesso se non è tutta la natura e la vita

«una illusione amara

un vano simulacro di un’anima che non c’è.

Il dubbio che l’anima manchi agli esseri ed alle cose è naturale e scusabile in chi sente fortemente e qualsiasi manifestazione gli pare inadeguata all’altissimo ideale suo; ma è anche momentanea quando si trova di fronte a un carattere come quello di Alberto Sormani che nella sua stessa forza ritemprandosi batte il volo ben lungi dallo scetticismo e dallo scoramento.

Il progresso della forma è evidente fra Speranza triste e l’altra novella Gesù e Maria pubblicata nella Vita moderna sei mesi dopo la sua morte (21 e 28 Gennaio 1894).

Scrivendo di queste pagine che scoppiarono improvvisamente nel mondo dei vivi come una voce dell’al di là, come l’estremo saluto d’oltre tomba, mi trema la mano. Ricordo con una lucidità meravigliosa una delle prime volte che Egli me ne parlò fra i tuoni e le tempeste in quell’idillico paese, in quel Lanzo d’Intelvi, dove Fogazzaro pose l’incontro del Poeta con Violet — e il silenzio che seguì e le vicende — e questo riapparire della novella, dopo la di lui morte, per quanto incidentalmente lo spieghi la pedestre ragione umana, mi scuote e mi penetra ancora quasi un misterioso avvertimento.

Il soggetto stesso della novella ha una singolare potenza suggestiva. Gesù, stanco dell’arida e infruttuosa predicazione, sale, in un pomeriggio estivo, alla casetta di Maria. Anche qui il misticismo simbolico domina tutta l’azione. Guai chi lo prendesse alla lettera!

Quell’uomo non è Gesù, quella donna non è nè Maria di Bethania, nè Maria di Magdala, bensì sono l’uomo e la donna dei suoi ideali, il fratello e la sorella ancora che rappresentano l’unione intima, superiore, indistruttibile degli elementi migliori. Gesù pensa che Maria, unica fra tutti, poteva comprendere la sua anima e si abbandona alla dolcezza dell’affetto. Il dialogo, di religioso che era in principio, si fa appassionato: Gesù teme di sè stesso e, per provare Maria, la interroga. Maria gli risponde incitandolo a morire per il trionfo dell’ideale. Gesù vede, per la prima volta, dentro di sè; vede la propria agonia solitaria, il gelido sepolcro, e trema e parla cupamente a sè stesso: «La morte è una cosa triste...» Maria grida, trasfigurata dall’entusiasmo: «Al di là della morte c’è la vita! Va, parti, muori! trionfa! Sieno queste le nostre nozze per l’eternità!» E Gesù si avvia verso il suo Calvario.

È impossibile leggere queste pagine ardenti e non ripensare alle ultime parole di un libro famoso «L’amore di una donna ha dato un Dio al mondo.»