Strana, orribile faccia è quella di Enrico VIII marito di sei mogli. Sulle larghe mascelle bestialmente sviluppate, tali che invadono l’intero volto, gli occhi e la bocca di una impressionante piccolezza sembrano mostri osceni che si raccolgono un istante per prendere lo slancio, labbra di sanguisughe, tentacoli di piovre, una cosa mai vista e che ipnotizza col suo stesso orrore molto più se si pensa alla dichiarazione che egli faceva col più perfetto cinismo: «Quando amo desidero, quando desidero voglio e quando voglio prendo».

La figlia di questo mostro, la regina Elisabetta nata da Anna Bolena e chiamata alternativamente la grande Elisabetta o la regina vergine, probabilmente con eguale fondo di verità, quantunque brutta volle lasciarci quattro ritratti e porta in ognuno dei quattro un abito così ricco di complicazioni che sfido a descriverlo il più esperto cronista mondano. Di questi quattro ritratti il migliore è opera di un pittore italiano, Federigo Zuccari, fondatore della romana Accademia di San Luca.

Ancora dello Zuccari è il ritratto di Roberto Dudley conte di Lancaster favorito titolare della regina, tanto bello quanto stolto, dissero i contemporanei e che appare sulla tela più stolto che bello. Ciò pure torna a lode del pittore poichè seppe dalla vaga scorza estrarre l’intima volgare essenza, ciò che si direbbe modernamente ritrarre l’anima.

Qui finiscono questi miei appunti personalissimi, semplici note di taccuino segnate senza ordine prestabilito, alla ventura, ma ci vorrebbe ben altro per descrivere tutto quello che si vede nella Galleria dei ritratti a Londra. Alcuni, molti fra essi, hanno pregi pittorici non comuni. Tutti — i pochi di cui ho accennato e gli innumerevoli che non trovarono posto in questo articolo — ci parlano il linguaggio profondo dei morti così suggestivo quando ci si affacciano dalle vecchie tele dove l’arte ha saputo immortalarli.

ATTRAVERSO L’OLANDA.

Quando il reverendo Lorenzo Sterne, parroco inglese, mettendo nella valigia mezza dozzina di camicie, un paio di brache di seta nera e il ritratto di Elisa, si dispose alla traversata da Dover a Calais per vedere la Francia, non pensava certo al rumore che il suo modesto viaggio doveva fare nel mondo; viaggio bizzarro nel quale non è descritta nessuna città, nessun monumento, nessun costume di popolo, nessun ricordo storico, nessun documento artistico, ma solo impressioni sentimentali.

Questa grande parola allora molto alla moda, ora decaduta al punto che una poetessa modernissima ha inveito violentemente contro «gli esecrabili bisogni sentimentali», mentre spiega il successo del libro in un tempo e in una società preparati ad accoglierlo, dà pure la ragione del perchè i libri di viaggio interessano sempre anche se moltiplicati sullo stesso soggetto. Non siamo più gli ingenui ascoltatori di Marco Polo che tante cose strabilianti ebbe a narrare reduce dal suo viaggio intorno al mondo. Le nozioni materiali dei luoghi anche lontani sono oramai, specialmente coll’aiuto delle riproduzioni grafiche, alla portata di tutti. Non è che il temperamento del viaggiatore che può darci ancora delle impressioni inedite. Un albero è sempre un albero, ma gli alberi di Grubicy non sono quelli di Gignous e le montagne di Carcano non sono le montagne di Segantini. Avvertito o no, è il sentimento che guida il giudizio; esso solo trae dalle cose il riposto significato non eguale per tutti, come non è eguale il suono di un istrumento toccato da una mano piuttosto che da un’altra. Gli esecrabili bisogni sentimentali, con buona pace della poetessa futurista, continueranno ancora per un pezzo a frugare nella profonda anima umana.

L’italiano che si reca in Olanda ricorre invariabilmente col pensiero al viaggio di De Amicis, impressionista per eccellenza, e se non gli scaturisce dal cuore l’ammirazione ad ogni passo rimane un po’ male, dubitando della propria sensibilità, mentre non si tratta che di sensibilità diverse. Confesso che andando a Rotterdam cercai ansiosamente le case descritte da De Amicis. «Vi sono le case che pare caschino dal sonno, quelle che si rovesciano indietro spaventate, quelle che si inclinano l’una verso l’altra come per confidarsi dei segreti, quelle che si cascano addosso le une alle altre come ubriache; alcune che pendono indietro in mezzo a due che pendono avanti come malfattori trascinati da due guardie; schiere di case che fanno riverenza a un campanile; gruppi di casette tutte inclinate verso una nel mezzo che par congiurino contro qualche palazzo». Le cercai, non le trovai, e dinanzi ad alcune case semplicemente un po’ storte dissi a me stessa: Una delle due: o che io manco di immaginazione o che De Amicis ne ha troppa per avere trovato tutto quel diavolìo di scene in alcuni muri fuori di perpendicolo. Ma è certo che abbiamo ragione tutti e due; egli di averle viste così, io di non averle viste.

Un’altra cosa che non mi apparve affatto è l’animazione di Amsterdam paragonata nientemeno che al Trafalgar square di Londra e alla Maddalena di Parigi, luoghi quanto mai indicati per chi vagheggiasse un suicidio sotto gli omnibus e le automobili, mentre il Dam della capitale olandese, come qualunque brava ed onesta piazza di una città di provincia, mostra di avere il maggior rispetto per la vita dei passeggieri, i quali non formano più la folla variopinta dei costumi che dalla Frisia, da Groninga, dal Zuidersee accorrevano ad alimentare la curiosità del forestiero mezzo secolo fa, ma lisciati ed uguagliati dal progresso vestono gonne strette e giacche all’inglese come tutti gli altri, sì che le cuffie a corni ed i caschi dorati sono oramai l’eccezione.

Gran peccato questo scomparire delle antiche foggie; s’avrebbe ancora potuto incontrare uno di quei cappelli mirabolanti dei quali un museo di Frisia conserva il campione: vedere per credere; un gran cerchio di legno largo come due tavolini da caffè, coperto da una tenda frangiata. Le eleganti moderne lo potrebbero invocare a giustificazione dei loro cappelloni a guantiera. Guardate un po’ che cosa portavano le nostre nonne!....