Io pensavo che fareste
(Noi poeti siam bizzarri)
Se in mia vece qui vedeste
Bukingham il vostro amor.
Tempi singolari in cui i poeti si permettevano tutte le licenze! Ma davvero Giorgio Williers duca di Bukingham è troppo florido, troppo ben pasciuto. I nostri ricordi sentimentali ne soffrono.
C’è una sfilata di attori celebri: Irving, dal rigido profilo puritano, Kean nella cui faccia si legge tutto il programma della sua vita: genio e sregolatezza: la Vestri, altri ed altre.
Di un interesse speciale, riunite in un gruppo come le gemme più preziose della corona, cinque donne mi fanno battere il cuore: Giorgio Eliot, la Browning, Carlotta Brönte, Cristina Rossetti, la signora Carlyle. Non so perchè Gaetano Negri scrivendo con tanta simpatia della Eliot la chiamasse brutta. Nei tre ritratti che abbiamo di lei non risulta tale. Il primo la rappresenta giovane, eretto il bel busto sotto la testa un po’ grossa ma ricca di biondi capelli, i lineamenti regolari, gli occhi soavissimi ed azzurri. Anche nell’ultimo, preso quando aveva sessant’anni, i capelli hanno conservato tutta la loro opulenza e il volto non dispiace. Carlotta Brönte è veramente la donna di provincia del secolo decimonono nel cui interno l’anima vigila sempre accesa e detta romanzi intanto che manipola il pane e che tutto intorno a lei è freddo, gretto, meschino. Cristina Rossetti pare una santa staccata dai muri di un antico chiostro italiano. La Browning, non bella ma strana, ci affascina colla bruna chioma spiovente, cogli occhi oblunghi, larghissimi, luminosi, pieni di un mistero che la bocca forse troppo ampia ma fremente di vita lungi dal distruggere rende più inquietante. Si desidererebbe più limpido, più visibile alle pupille che vi si figgono ansiose, il ritratto della signora Carlyle, imperfettamente reso in un piccolo disegno, quasi la tenera donna volesse anche dopo morta restare nelle tenebre che accompagnarono la sua vita di eroismi oscuri.
E chi è questa elegante simpaticissima signora dalla bellezza quasi moderna, che piace subito, che ispira ammirazione e fiducia? Duchessa Malborough — dice l’iscrizione della ricca cornice dorata — e la celebre canzonetta ci viene spontanea alle labra: Malborough s’en va à la guerre. Sì, essa è l’impareggiabile sposa del grande Malborough che gli fu compagna fedele fino alla morte e che, rimasta vedova per il tragico avvenimento che la canzone rese popolare, ricusò ogni altro matrimonio rispondendo: «Colei che è stata moglie di lord Malborough non può appartenere a nessun altro uomo».
Ben diversa è la psiche di lady Hamilton contessa di Gramont che la guida chiama semplicemente: la bella Hamilton. Abbiamo di lei due ritratti presi a vent’anni di distanza che fanno riflettere malinconicamente a ciò che deve essere per una bella donna l’invecchiare, quando questo grave passaggio fisiologico non sia sorretto dalle virtù della duchessa di Malborough. Lady Hamilton nel fiore sbocciato della sua giovinezza si presenta col primo ritratto in una decente scollatura che non distoglie lo sguardo dal fresco viso; ma più tardi, quando l’età fatale incalza, colei che nessuno più chiama la bella Hamilton investita dall’ardore terribile di chi rischia l’ultima battaglia brucia tutte le sue navi... o per lo meno le trine che ricoprono gli ultimi avanzi della sua bellezza famosa e ci fa esclamare: Povera donna!
A chi appartiene quel faccione florido e tranquillo di buona borghese che rattoppa le sue calze? È Maria Tudor, la feroce nemica dei protestanti. Si stenta a crederlo e si cerca con interesse il vicino ritratto della più interessante delle sue vittime: Giovanna Grey, pallida e gentile.