Questa di trovarsi in presenza di un valore intrinseco e sincero è l’impressione confortante che colpisce appena giunti, che accompagna poi ancora svolgendosi in onde sempre più larghe di ammirazione, quasi di gratitudine. Non so se annuncio un mio sentimento particolare o se mi faccio interprete di altri che pure lo provano, ma ogni immagine di bellezza dà una tale gioia a tutto l’essere nostro che non conosco invero maggiore benefizio alla tribolata esistenza dei mortali.

E chi dice che il cielo di Londra è brutto si è mai soffermato a gustare una squisita sinfonia di toni grigi, questa tinta signorile che si potrebbe chiamare il trionfo definitivo del bianco e nero? In un solo giorno, in un’ora, nel momento istesso il cielo di Londra, dalla impressionabilità pensosa di una fronte di poeta, passa dal grigio argento al grigio perla, al grigio rosato, al grigio azzurrino di certe pupille di bimbo, al grigio fosco e corruscante di minacciose procelle; poi, intanto che lo si guarda, fonde tutte queste gradazioni in una marezzatura cangiante sulla quale vengono a scoppiare all’improvviso, come squillo di risata birichina, poche battute di sole.

E chi crede ancora che a Londra si può morire in mezzo alla strada senza che nessuno se ne curi? L’inglese non ha la curiosità facile e superficiale di altri popoli che appaiono per questo più servizievoli; ma se ricorrete ad un inglese, al primo che vi capita, pur che vi riesca di farvi intendere, troverete l’assistenza semplice e pronta; quando mai se proprio non vi intende apparirà pure in fondo ai suoi occhi un sentimento benevolo di solidarietà umana. Ma lo scherno, ma il disprezzo, ma il godimento imbecille di chi ride del vostro imbarazzo, questo giammai.

Gustavo Flaubert andato una volta a vedere il Righi e ricevutane una impressione di freddezza scrisse che i paesi senza storia non lo interessavano affatto. Ecco un giudizio che non si potrebbe certo ripetere per Londra. Tutta Londra, da Whitehall a Cheapside, da Westminster alla Torre di Guglielmo il Conquistatore, trasuda da ogni pietra le lagrime e il sangue delle sue memorie, e la storia di Londra è la storia dell’Inghilterra. È qui che palpitano ancora le vecchie tradizioni, in questo paese dall’anima profonda dove i sentimenti hanno saldezza di roccia.

Io sentii ciò sopratutto in un giorno di festa, nella città parata in singolare vivezza di colori e i soldati sotto le armi per il passaggio della famiglia reale. Luceva il bel volto pallido del sole soffuso del suggestivo incanto del suo velo e brillavano sotto di esso gli elmi dorati con piume rosse, neri con piume nere, d’argento con piume bianche, lungo quelle vie senza polvere, silenziose al passo come se un tappeto di velluto le coprisse, mentre la folla raccolta in due ali se ne stava dignitosa nell’attesa e centomila piccolissime bandiere sospese in alto turbinavano al vento dando l’impressione di centomila mani agitate in segno di gioia. Così, forte e calmo, ardente e composto è questo popolo presso cui tutte le nobili idee trovano un’eco di simpatia e le grandi iniziative un appoggio. Mascherata dalle spalle erculee di un policeman la mia debole voce mormorò con intimo convincimento: Rule Britannia!

Ma vi è a Londra un posto dove tutti coloro che amano gli inglesi e l’Inghilterra, che si sono occupati della sua letteratura, che hanno ritenuto i nomi dei suoi poeti, dei suoi re, dei suoi uomini di Stato, delle sue donne anche, non deve mancare di vedere ed è la Galleria dei ritratti recentemente annessa alla grande Galleria nazionale. Appena entrati due poeti sommi ci accolgono: Shelley dalla fronte pensosa, Byron dal volto passionale; poi Ruskin dagli occhi pieni di cielo e Bulwer, bellissimo, che seppe far rivivere nella sua nordica immaginazione gli ultimi giorni di Pompei.

Chi è questo bel vecchio dall’espressione bonaria e astuto insieme? È Richardson, il romanziere alla moda nel secolo decimottavo; l’autore di quella ingenua e deliziosa Pamela che qualche nostra attrice ci regala ancora di tanto in tanto sui teatri di prosa per nostra consolazione. Ecco Dikens, il grande e troppo dimenticato Dikens, che assomiglia un poco ad uno dei nostri migliori scrittori di romanzi. Ecco il patriarcale Walter Scott seduto dinanzi ad un camino antico, il fido cane accovacciato ai piedi: e par che danzino intorno a lui con leggiere movenze di silfidi le armoniose creature de’ suoi sogni, suscitando i malinconici laghi della Scozia coi diruti castelli perduti sulle scogliere e gli innamorati eroi correnti nella notte a fantastici convegni.

Si guarda con stupefazione la robustezza erculea di Bacone e di Darwin trovandola bene appropriata all’uno che dovette reggere il confronto col più grande uomo dell’Inghilterra e all’altro che capovolse la concezione del mondo.

Oh! il maraviglioso volto ascetico del cardinale Manning! e lord Brougham, lord Palmerston, Beniamino Disraeli, i due Walpoole — Orazio specialmente — sulla cui fisionomia canzonatoria si cerca con un po’ di curiosità il riflesso della grande passione che risentì per lui l’ottantenne marchesa Du Deffant.

Una certa delusione la si prova dinanzi al ritratto di Giorgio Williers duca di Bukingham. La storia gli ha assegnato un posto nel cuore di Anna d’Austria regina di Francia ai piedi della quale, ci insegna la cronaca galante, egli lasciò cadere un giorno tutte le perle che ornavano il suo mantello; e ricordiamo i versi che il vecchio poeta Voiture improvvisò alla regina una sera in cui ella gli domandò a che cosa pensasse,