— Ed è permesso?... chiedo con ansia fra trepida e giuliva.

— Oh! sono piatti antichi: Non fanno paura. — risponde.

Ma che lampo nei suoi occhi!... —

1911.

IMPRESSIONI E APPUNTI PERSONALI SU LONDRA.

Ho sempre fatto il sogno di un uomo che viaggiando in terre lontane, sia nell’elegante scompartimento di un rapid-express, sia sulla tolda di un grande transatlantico, o sotto la tettoia di una di quelle stazioni mondiali dove una volta almeno nella vita si danno convegno i rappresentanti di tutte le nazionalità, quest’uomo (nella mia mente egli è, si capisce, un poeta o un artista) incontra la donna ideale, colei che in una mirabile fusione indipendente da ogni canone stabilito di bellezza riunisce tutte le qualità che sono in fondo ad ogni nostro desiderio di amore.

È il fascino della linea impeccabile? è quello più ardente della pupilla? è quello più misterioso del sorriso? è quello più profondo ancora della voce? O è piuttosto il fascino senza nome che risulta da un ignoto complesso di cose per cui l’anima colpita e presa esclama col suo grido più semplice e più eloquente: È Lei!

Lei! la nostra compagna, la creatura fatta del nostro sangue medesimo e della nostra carne e dei nostri nervi; che sente, che pensa, che ama come noi sentiamo, amiamo, pensiamo — solo modo concesso di rivelarci interamente — perchè chi mai ci comprenderà in modo assoluto se non chi ci è assolutamente uguale? L’inganno amoroso non parte forse sempre da questo preconcetto?

Ma nel mio sogno non c’è nè inganno nè disinganno. Il poeta incontra la sua donna — dove non monta — lontano, in terra straniera, divisi da usi, da abitudini, da destini; una sola volta i loro sguardi calano reciprocamente nelle loro anime — ed è tutto — e non si incontreranno mai più. Che importa? Il poeta ha guardato in faccia il suo ideale. Basta tale gioia per una vita.

A questo io pensai la prima volta che vidi Londra, or fa un anno, in una deliziosa giornata di sole; il dolce sole londinese che non irrita, che dà l’impressione di un leggerissimo velo sopra un bel volto; lo ripenso ora tornandovi accompagnata da una pioggerella minuta. Chi mai ha sparso per il primo la voce calunniosa che Londra è malinconica? Intanto che cosa vuol dire malinconica? Per me è malinconico lo spettacolo di una miseria che vuol parere grandezza, di una vanità che vuol parere eleganza. È malinconico il giardino pubblico di una cittaduzza di provincia, il monumento economico ad un eroe, la palazzina di carta pesta con fronzoli in stile liberty; sì, tutto ciò è malinconico fino alle lagrime. Ma quando siamo dinanzi alla colonna di Trafalgar square, quando ci aggiriamo nei viali di Hyde-Park o che al di sopra delle acque cupe del Tamigi vediamo adergere la sobria magnificenza del Parlamento inglese, ah! non è malinconia che fa gonfio il cuore, bensì un’onda di entusiasmo per il forte popolo che sa estrinsecare sotto tutte le forme il suo grande valore.