Va il poeta incontro ad altri amori e non si chiede neppure un istante in quale stato lascia il cuore della dolce Federica. Lui attende la gloria, lui una vita esuberante, intensa, colma di ogni dono; e quando nove anni dopo (vestito di grigio e oro) la curiosità lo spinge a ripassare pei verdi sentieri alsaziani e a rivedere Federica, egli la ritrova come l’ha lasciata nella vecchia casa cadente, dolce, tenera, rassegnata all’oblio, con qualche piccola ruga forse sotto gli occhi che sapevano il pianto, forse con qualche prematuro capello bianco nelle bionde treccie... Ed è lei che votandosi al celibato pronuncerà senza un rimprovero per colui che l’ha lasciata la frase semplice e sublime: «La fanciulla amata da Goethe non deve darsi a un altro uomo.»

No, nessuno degli amori di Goethe fu circondato da una poesia così pura, nessuna delle donne da lui amate regge al confronto di Federica; e ci prende un malinconico rimpianto nel non ritrovare il suo nome fra le pagine dell’Immortale, mentre la ragazza che gli versava il vino a Francoforte rivive in Margherita e perfino alla placida Carlotta egli eresse un monumento sulla tomba del giovane Werther.

Quante volte mi venne il desiderio, nei pochi giorni di sosta a Strasburgo, di fare una corsa a Sesenheim! Ma perchè sarei andata? Neppure una pietra deve essere rimasta della casa del Pastore già cadente un secolo fa, neppure la memoria del luogo; e non certamente l’albero dove Federica soleva riposare, non sui sentieri gli stessi fiori che ella coglieva percorrendoli col suo passo leggero che sembrava volasse. Altrove, altrove o Federica è la tua memoria! Io la cerco dall’alto della Cattedrale spingendo lo sguardo sulla pianura che dalla molle ondulazione dei Vosgi si stende verso il Reno e si perde all’orizzonte in un velo di nebbia. Più lontano, più lontano ancora, sovra i monti, al di là del fiume, negli spazi sconfinati, dovunque palpiteranno giovani cuori femminilmente amorosi e anime fatte per comprendere la bellezza di un sentimento che tutto si dona senza nulla chiedere in ricambio, là vivrà eternamente Federica.

NELLA VECCHIA STRADA.

Incomincia il nome a indicare che la via è antica; un nome ispirato non a grandi o medi o piccoli uomini come si usa adesso, ma che, tolto dalla posizione stessa della via, ne rievoca la vita primitiva e i confini angusti entro i quali chiudevasi un tempo la città.

Parimenti non appare, la vecchia strada, tagliata dritta con un colpo d’accetta, rigida nella regolarità di misure prestabilite che ne costringano lo sviluppo a guisa di giovane corpo spianato nella guaina di un busto dozzinale; e non è tutta bianca, e non è tutta bella, e non è nemmeno tutta pulita perchè quando il carbonaio scarica la merce dinanzi alla botola del suo stambugio una larga striscia nera rimane per molti giorni sul lastrico. Corrono, è vero, i fili elettrici da una casa all’altra, ma poichè pendono da essi brandelli di carta rossa e celeste noi sappiamo subito che corrono pure i fanciulli traendosi dietro nell’aria le loro comete e cervi volanti, ciò che non potrebbe accadere in una via nuova rispettabile e imponente percorsa da automobili.

La vecchia strada si distende a sghimbescio dietro una vecchia chiesa e un vecchio palazzo che ne occupano buona parte, di fronte a casuccie meschine, a botteghe umili di prima necessità: il fornaio, il macellaio, il fruttaiolo, il ciabattino, il ramaio, il venditore di legna e carbone e l’osteria, si sa, più necessaria di tutte. In un certo punto le casuccie si spingono così innanzi (proprio da gente che non conosce le belle creanze e fa i propri comodi) da toccare quasi il cornicione del palazzo signorile il quale, scuro scuro e sempre chiuso, se pure ha l’aria di tenere il broncio, sopporta tutto senza recriminazioni.

Accanto al palazzo la canonica della chiesa, scura anch’essa in una tinta di rosso bruno, accoglie dietro le sue finestre ornate da qualche vaso di violaciocche le piccole suore di San Vincenzo trotterellanti ogni mattina in cerca di elemosine per i loro poveri. Entrano le piccole suore dal fornaio sollevando il coperchio del paniere dove scompariranno i pani già messi da parte per loro e rinchiudendolo si chinano ad accarezzare i piccoli bimbi, a distribuire santini ai più grandicelli. Il sorriso che rivolgono alla fornaia sembra dire: «La vostra missione è di fare dei figlioli, la nostra è di fare carità». La fornaia sorride essa pure, ma è difficile dire che cosa esprima quel sorriso.

Con maggiore titubanza entrano le piccole suore dal macellaio dove la grossa padrona troneggia dietro il banco, pettoruta, rubiconda, sprizzante salute e ciccia, con due buccole di brillanti appese ai loboli carnosi delle orecchie e due occhi cupidi che si rivolgono continuamente al garzone, bel giovinotto ricciuto e forte nella sua camicia color di rosa affaccendato fra i quarti di bue e di vitello appesi in giro. Tutta quella carne, e l’odore del sangue, e le occhiate della donna, turbano le monachelle. Mettendo nel paniere una viscida milza offerta dal garzone, la più vecchia si avvicina al banco a chiede timidamente:

— Vostro marito va meglio?