— Oh! tossisce sempre. Oramai si sa che è etico. Non c’è rimedio.
Il garzone, battendo col matterello una larga bistecca, ripete: «Non c’è rimedio». Le suore escono ad occhi bassi.
Il ciabattino è scapolo, socialista e superuomo insieme. Rifiuta l’elemosina alle mani morte, taccona le ciabatte con dignità, predica alla sera all’osteria contro i signori e nei giorni di festa vestito egli stesso come un signore, col sigaro in bocca, passeggia su e giù gettando sulla sua bottega chiusa guardataccie che sembrano di sfida.
Placidissimi i fruttaioli, marito e moglie, due colossi biondi ruzzolati giù dalle balze del Canton Ticino, stanno piantati all’imboccatura della strada a guisa di due molossi custodi, indifferenti a tutto ciò che non sia il loro negozio, vendendo caldarrosti l’inverno e ciliegie in primavera col ritornello invariabile che tutto è cresciuto. Alla finestra della loro abitazione pende una gabbia con dentro un merlo. Nei mesi freddi diventa anche polentaio il buon fruttaiolo. A mezzodì in punto (l’ora che fa uscire gli operai dalla fucina) lo si sente gridare sulla soglia della sua bottega: È cotta!
Il ramaio non si vede mai ma si sente sempre. Toc toc toc, le lastre battute risuonano sotto i colpi cadenzati del martello e questo rumore che sarebbe anacronismo altrove compie a perfezione la fisionomia rugosa e passatella della vecchia strada; questo rumore antico, questo rumore che ai nostri padri, nonni e bisnonni cullò i sensi non ancora raffinati nelle piccole città industriose, nei villaggi solatii, mentre le massaie badavano a tener lucidi i bei rami onore e decoro delle loro cucine, questo rumore caro tuttavia a chi non soffre di nervi per la sua gaia forza evocatrice, questo rumore semplice e onesto è come il cuore della vecchia strada. Durante la rigida stagione gli usci e le finestre chiuse ne attutiscono il rimbombo, ma appena il sole scendendo a scacchi dal bruno palazzo aristocratico balza nella via, tutte le imposte si aprono e la musica del rame percosso e ripercosso trionfa di ogni altro rumore.
Fin qui la prima metà della strada; nella seconda le esigenze del progresso hanno fatto abbattere i fabbricati vetusti, poichè i nipoti eredi si credettero in dovere di introdurre un po’ d’ordine, di raddrizzare le linee, di livellare i tetti; così le case da quel lato sono decorosamente moderne e si specchiano con compiacenza nell’ampio fabbricato delle scuole eretto sopra le rovine di un convento. E però questo pezzo di strada vecchia rimesso a nuovo è freddo e senza carattere.
Le arterie della vecchia strada pulsano sempre fra le botteguccie, la canonica e il palazzo. È sotto il panciuto verone di ferro battuto che l’arrotino si ferma una volta la settimana a tendere la sua cote, girando la ruota con un movimento lento della gamba, attento alla chiamata delle donne di tra le persiane semichiuse. Colui che conduce a mano il carretto della terraglia annunciato da uno stridulo suono di tromba non si accontenta di aspettare le donne, le chiama acutamente: Donne! Donne! Passa anche quello che vende pizzi e tendine; passa quello che vende fiori gridando: botanica! Passa quello che vende acciughe, e quello che vende limoni, e il cenciaiolo, e il musicista.
La musica è generalmente rappresentata dall’organetto; organetti scordati da far accapponare la pelle a un sordo; ciò nondimeno i ragazzetti si mettono a ballare in mezzo alla strada, uomo con uomo, molleggiando i ginocchi, i gomiti aperti, ridendo. Fanno pure la loro apparizione i suonatori di chitarra, i canzonettisti napoletani, i ciechi, i pagliacci vestiti di maglia, le scimmie in giubbetto rosso a ricami d’oro e il canto del merlo nella sua gabbia. Alcune volte, di notte, il silenzio altissimo della vecchia strada addormentata viene interrotto da una passata di mandolinisti. È allora tutta una dolcezza di note patetiche che sfiora le finestre facendo sospirare tra il sonno e la veglia qualche fanciulla, qualche sposa desta ancora accanto al marito che dorme.
Tutti coloro che abitano nella vecchia strada o che la frequentano spesso vi si sentono un po’ padroni. Si conoscono da anni, stanno sulle soglie a ciarlare, si lagnano insieme del caldo in luglio e del freddo in gennaio; amano la loro vecchia strada quantunque brutta, si sentono solidali in essa e par loro quasi una patria.
Ma i veri padroni sono i fanciulli. Ve ne è un nugolo. Durante il giorno vanno e vengono dalla scuola confusi coi loro compagni delle altre contrade che quasi non si distinguono. Alla sera invece, quando dalla vecchia strada non passa più nessuno e sicuramente nessun veicolo attenta ai loro giovani giorni, sgusciano fuori da ogni banda rincorrendosi da un capo all’altro con mosse così giulive e snelle, con tanta gioia di vivere che ne infondono anche a chi li sta a riguardare. Si mettono in fila e si saltano l’un l’altro come paracarri; poi fanno la guerra; poi la maratona. Il lastrico della via è ricoperto da disegni cabalistici, i muri soffrono purtroppo lo sfogo di artisti impazienti. A tratti una mamma sbuca fuori improvvisamente a prendere qualcuno per le orecchie; acuti strilli allora fendono l’aria.