mi fecero straniero.
Questo sentimento di trovarsi straniero in mezzo agli uomini, Alberto Sormani lo provava vivamente e numerose pagine delle sue lettere ne fanno fede.
Prendo una frase: «Non potete credere come mi sento solo anche colle persone più care».
E soggiungeva che in tale solitudine gustava una malinconica dolcezza mista di compassione e di orgoglio.
Egli, così ricco di passioni, non aveva però nessuna di quelle che corrono per il mondo. Le esche meglio apprezzate dagli altri lo lasciavano indifferente; la febbre delle ricchezze e dei piaceri non alterava di una benchè minima pulsazione il battito delle sue arterie; solo le conquiste del pensiero gli sembravano degne di Lui, e per questo i versi del Manfredo lo rammentano con una precisione scultoria.
Egli era veramente — prendo a prestito una frase che sembra creata per lui — il solo uomo in piedi in mezzo ad una generazione di vecchi adolescenti sdraiati.
Ma come Alberto Sormani non ebbe della sua generazione i gusti molli e sensuali, non ebbe neppure l’arido scetticismo e la calcolata maniera. Io so con quale sdegno giudicava queste animuccie fredde dall’alto e dal fondo de’ suoi entusiasmi generosi e so anche con quale amore misterioso e ardente slanciavasi verso ogni manifestazione di vita spirituale, fiutando quasi nell’aria con una finezza meravigliosa ogni grande anima che si schiudeva: «Se sapeste (ancora le sue lettere) a qual punto io sento l’ammirazione e l’entusiasmo! Sono gioie immense, quasi tremende, e pensando che le ho e le avrò sempre alla mia portata, quando vorrò, mi par quasi di sfidare ogni cosa nella vita, sicuro di una specie di felicità che non mi verrà tolta mai.»
Ma era egli dunque così tetragono alle voci della natura umana, da non ascoltare nemmeno l’appello della gloria? A questo risponde egli stesso in una lettera della sua polemica con Pietro Sbarbaro: «Anch’io sogno la gloria, ma una gloria appartata, ristretta, supremamente aristocratica. Parlare a poche anime, ai migliori, agli eletti, ai fratelli. Se per mezzo di questi il mio pensiero potrà passare nel mondo e dominarlo ed inspirare magari gli Sbarbari dell’avvenire, non me ne lamenterò; ma passare senza essere profanato, senza il tramite volgare della popolarità, senza che io mi sia mai dato un momento in pascolo alla folla. Il sospiro eterno di chi pensa altamente è di essere amato da poche anime alte, di possederle come cosa nostra. Fosse un’anima sola, essa può bastare all’anima nostra e può bastare in qualche caso ad irradiarne la luce per tutto il mondo e per tutto l’avvenire.»
Aristocratica — altra delle parole che Egli amava — è l’aggettivo proprio della sua mente e chi lo conobbe può dire se anche le forme esterne corrispondessero a quest’intima armonia, se veramente fosse l’anfora di squisito lavoro contenente uno squisito profumo. Tante doti riunite lo rendevano fiero di sè stesso, ma la sua era l’alta fierezza di chi prende per motto: nobiltà obbliga. Egli si sentiva orgoglioso dell’influenza esercitata su chiunque lo avvicinava; influenza elevatrice e purificatrice, di una portata morale di cui è difficile in così poche pagine rilevare l’estensione. Tutti i suoi amici conoscono il bisticcio che Egli fece sul proprio nome, metà per scherzo, metà sul serio, come gli accadeva spesso:
«Albero erto io son Sor agli umani.