«In tesi generale il mio ideale è questo — dedicare la mia vita ai miei simili, all’umanità, al mondo, nel modo che può essere più utile. Per me personalmente ho pochissimi bisogni. Posso quindi offrirmi il lusso di vivere per gli altri, di darmi, di espandermi, di gettar via la parte migliore della mia attività. È l’amore fatto in grande, perchè anche l’amore è fondamentalmente qualche cosa in più che ci avanza fisicamente e che si dà per le future generazioni. Questo bisogno di darmi arriva in me a un colmo frenetico; non capisco più niente altro di bello al mondo; per me tutta la vita è lì; il resto non diventa bello e grande se non in quanto vi è riunito. L’amore, l’amicizia, l’arte, la scienza, la gloria, la bellezza, la natura — tutte cose per me magnifiche quando abbiano una connessione con un ideale di ragione sociale — da sè sono pulvis, cinis, umbra.
«Da questo lato non intendo ragioni, è la mia unica passione assorbente, è la mia ragione di vivere. Se non avessi cominciato fino da un’epoca che non ricordo più, per una fatalità insita nel mio sangue ad eccitarmi dalla mattina alla sera coi sogni dell’opera mia a favore dell’universo, credo che potrei essere come tutti gli altri, interessarmi per sè, all’arte, alle donne, a centomila altre cose. Ma così non si ritorna più indietro. Se mi persuadessi di non poter far nulla per l’ideale credo che rinuncerei molto facilmente ad una vita che mi sembrerebbe arida, fredda, noiosa, che non avrebbe più per me alcuna attrazione. Io credo d’avere tutt’insieme un aspetto normale, qualche volta perfino quieto. Ma per capire qualche cosa di me, pensate che sotto al mio vestito del secolo XIX batte costantemente quell’entusiasmo mistico, chiamatelo pure ascetico, che portava gli Apostoli a spargere per tutto il mondo la nuova fede odiata e perseguitata, quell’ardore maniaco che trascinava i martiri ad amare quasi i terribili supplizi da cui erano minacciati. Io non ci tengo certo al martirio per il martirio, ma il martirio per l’ideale è qualche cosa che mi esalta positivamente. Vi basti il dirvi che ho pensato spesso alla possibilità che anche nei tempi moderni c’è di sacrificarsi e di pagare di persona. Nelle grandi lotte che forse s’impegneranno fra poco, io ho opinioni così terribili e sono così deciso a sostenerle apertamente che vedo la possibilità di esser preso di mira e di cadere vittima di qualche attentato, se non addirittura d’essere appeso alla lanterna. Ebbene penso a questa eventualità con una specie di gioia; ci vuole forse più ardore per questo, di quello che fosse necessario ai cristiani in vista del paradiso.
«Voi non potete credere, non ne avete una idea, non l’avete forse mai sentito a dire da nessuno, ma io mi sento la febbre materialmente tutte le volte che penso a ciò che potrei fare e che devo ad ogni modo cercare di fare. Notate una cosa — nel campo dell’ideale non mi sento più alcuna superbia, nessuno mi riconoscerebbe più. Sono pieno di umiltà — non pretendo ad alcun primo posto — io non esisto più, se non come mezzo; se il mio posto, se il mio dovere è d’essere avanti, vado avanti — altrimenti sto indietro colla stessa serenità di cuore e collo stesso ardore. Se non sono Gesù sarò S. Pietro, od un apostolo qualunque, o l’ultimo dei discepoli e dei credenti — l’unica mia ambizione è di fare il massimo che mi è concesso dalle mie forze.
«Non sentite la grandezza e la semplicità di un tale programma?
«Quello che io voglio è l’unione degli uomini di buona volontà, ognuno occupando le sue forze, coll’intento deciso e completo del Bene. È un’utopia? Sì, se si pretende questa unione perfetta. No, se ci accontenteremo di promuoverla, di incoraggiarla, di avvicinarci lontanamente all’unione vera. Ad ogni modo — questa è la gioia — nessuno può impedirmi di fare io il mio dovere rispetto agli altri, anche se gli altri non lo faranno per la loro parte. Basterebbero dieci persone al mondo come le penso io per indirizzare tutta l’umanità su nuova via di progresso vero. E probabilmente ce n’è più di dieci. Bisogna trovarle e riunirle. Io le cercherò dalla mia parte; esse cercheranno probabilmente dalle loro e ci ritroveremo. Non ho mai preteso di essere io il migliore di tutti; se lo penso qualche volta è per eccitarmi di più. L’unione degli uomini di buona volontà! — è la semplicissima idea che deve rigenerare il mondo. Non sapete che non sono stati uniti mai? Non pensate che cosa possono fare insieme? Le opere che disgiunti essi non riescono mai a compiere verrebbero fuori allora in una luce sfolgorante. È terribile, sapete, vivere soli per fare le cose grandi! Lo scoraggiamento entra per tutte le parti. È per questo che in una mattina nebbiosa e solitaria come oggi, ho sentito il bisogno di scaldarmi con uno dei libri ove il fuoco dell’anima è più chiaro ed evidente (Il Diario di Cavour alla Biblioteca di Torino). Da letture come queste, esco sicuro e baldanzoso. Oh! quando questi solitari si daranno la mano! Una catena di ferro, indissolubile! Non è facile, è una impresa grandiosa, bisogna prepararla pazientemente. Io forse, chissà, non la vedrò... ma spero che potrò lavorare per renderla possibile.»
Non sono squarci di letteratura questi che io cito, nè esercizi di bello scrivere da inserire nelle Antologie. Sono le semplici manifestazioni di un’anima nei colloqui dell’amicizia; ma è così appunto che io spero di far conoscere Alberto Sormani, perchè molto probabilmente una grande maggioranza dei lettori si sarà già domandata: Chi era questo Alberto Sormani? — e che abbiano oppure non abbiano visto il suo nome in calce a qualche articolo disseminato su per i giornali, resterebbe sempre per i più inesplicabile l’immenso dolore lasciato dalla sua perdita e il lutto che perdura in pochi cuori a lui fidi, quel lutto che fece dire a un suo compagno di battaglia: Nessun morto è più vivo in mezzo ai vivi. — Questa è l’impressione che devono provare necessariamente tutti quelli che lo hanno conosciuto ed amato.
Invano si cerca intorno a noi una tale forza di entusiasmo unita alla conoscenza esatta del proprio valore, un tale ardore di vita ideale, una rinuncia così completa delle gioie materiali ed un olocausto così pieno d’amore alle più alte cime del pensiero. Alberto Sormani non fu solamente un uomo morto giovane, una bella intelligenza troncata sul fiore; egli fu sopratutto l’espressione più ardita della nostra fede, colui che ci sosterrà ancora nelle lotte dell’avvenire facendoci pensare nei momenti di maggior scoraggiamento: «Eppure l’ideale esiste, noi lo abbiamo veduto!»
Gli avrebbe la società concesso il modo di esplicare tutte le sue potenze? Sarebbe egli diventato un uomo grande, un riformatore o un apostolo?... Tutte le volte che mi propongo questo quesito mi sembra di veder ridere sinistramente nell’ombra la Sfinge della vita. Certo la vita Egli non la conosceva ancora. La sorte che fu per lui la più amorosa delle madri gli aveva sgombrato di ogni spina il sentiero; nessuno può dire come Egli avrebbe sostenuto l’urto della sventura; tuttavia questo sorriso del destino che lo accompagna nella breve carriera, se appare a tutta prima una menomazione di merito, risulta in ulteriore esame quasi la prova del fuoco del suo carattere.
La prosperità più assai che non la sventura ammollisce gli animi, li rende inetti, voluttuosi, egoisti; ed appunto perchè egli era ricco, libero e felice, il suo austero distacco dalle morbidezze e dalle blandizie acquista una vera espressione di superiorità, e la sua scelta fra una esistenza sicura appoggiata a un materiale benessere e la malagevole, aspra, lontana vetta a cui egli tendeva prodigando le intere sue forze come il giovinetto di Longfellow, innalza tutta la sua vita a una nobiltà di concetto che risponde anticipatamente con sicurezza all’avvenire che gli fu negato. — Ma la Sfinge ride, ride ancora... ed io accolgo questo riso crudele quasi con riconoscenza, rammentando l’antica fede che faceva morir giovane il prediletto.
Aveva Egli mai pensato a questa possibilità di morir giovane? Seriamente e a lungo credo di no. Si sentiva così forte, così sicuro, così pieno di ardire! pure, troppe volte l’immagine della morte si affaccia al suo pensiero perchè si possa negare in lui un misterioso presagio. Fra le abitudini intellettuali, che occupavano tutta intera la sua giornata e parte delle sue notti, c’era anche quella di scrivere su foglietti volanti ogni idea che gli passava per la mente. Codesti fogli, ammucchiati a diverse migliaia senza ordine di data, sono una prova dello spaventoso lavorìo di quel cervello e in uno di essi appunto trovai questa nota: «Muor giovane chi al cielo è caro — dunque io morirò?»