Wagner scende in Italia per la via del Sempione. Sulla terrazza dell’Isola Bella, con un tempo troppo splendido per poter durare, egli pensa alla felicità imperitura di essere amato da Lei. Da Venezia le scrive:
«Senza dubbio tu non credi che io voglia lasciare senza risposta la tua lettera meravigliosa. Le formidabili lotte che noi abbiamo sostenute potevano finire diversamente che con la vittoria riportata sopra tutte le nostre aspirazioni, sopra tutti i nostri desideri? Forse non sapevamo, anche negli istanti più ardenti, quando eravamo l’uno presso all’altro, che questa era precisamente la nostra meta?»
Sì, ma altro è parlare di un sacrificio lontano intanto che le mani si stringono, che le labbra si incontrano, che tutto l’essere trema ed avvampa nel contatto; altro è ritrovarsi soli nel posto dove si fu in due, penetrarsi di vuoto e di silenzio nell’aria stessa che fremette sotto le note di una voce adorata, e pensare che tutto è finito, irremissibilmente finito! Anche nel fastoso salotto dei Wesendonk vi doveva essere una sedia bagnata di lagrime.
Tuttavia alla donna squisita nel gran dolore della rinuncia sarà stato di conforto e di sublime elevazione una lettera come questa:
«Spero di guarire per te. Vivere colla mia arte per consolarti ecco il mio còmpito ed ecco ciò che si accorda col mio temperamento, col mio destino, colla mia volontà, col mio amore. Così sono tuo. Qui finirò Tristano e con lui, se posso, tornerò per vederti, per consolarti, per farti felice. Su valoroso Tristano, su valorosa Isotta! assistetemi, venite in mio aiuto. Di qui il mondo saprà il nobile cordoglio dell’amore, i lamenti della più dolorosa voluttà — e raggiante come un Dio, e puro, tu mi vedrai allora! Credi o mia unica! tu mi tieni nelle tue mani, è con te sola che posso arrivare alla finalità estrema. Abbi fiducia in me; una fiducia assoluta, illimitata. Ciò vuol dire solamente: sii persuasa che posso tutto con te, nulla senza di te!»
La corrispondenza epistolare continua per molto tempo in questa forma ardente e poetica. La donna gentile che aveva fatto altre volte miracoli d’affetto per mitigare nelle forme più delicate la penosa esistenza dell’amico non si stanca di inviargli nuove prove di intima tenerezza. Sono doni delicati e gentili. È un servizio di thè affinchè egli abbia ancora l’illusione di ricevere dalla sua mano la tazza ospitale; è un piccolo cane che ella alleva per lui e che gli manderà solo quando le si sia molto molto affezionato....
Per un’anima come quella di Matilde Wesendonk l’unione spirituale, l’amore che è ancora amore avendo rinunciato ai diritti dell’amore, doveva essere una squisita e torturante voluttà. Certo ella non chiede più altro al destino: sapere di essere per lui l’unica donna al disopra delle contingenze della vita, la sua fede, la sua coscienza, l’amica ideale, le basta. Chiude il suo spasimo in sè, dignitosa e muta. Si rivedono un giorno e Wagner è sorpreso e profondamente colpito dal mutamento che la sofferenza rinchiusa ha stampato sul di lei volto. L’amore e il dovere non hanno ancora finito di straziare il nobile cuore di Matilde Wesendonk.
For ever or never. Meglio non incontrarsi mai che incontrarsi per lasciarsi. Tuttavia questo volontario abbandono confortato da tanto ricambio di tenerezza doveva ritornare come raggio di giorni felici alla memoria della sventurata quando Wagner, seguendo il suo volubile miraggio, tolse da lei la fiaccola dell’ideale per accenderla ai piedi di un’altra donna. Quanto è pietosa la morte ai grandi amori! Matilde Wesendonk dovette invidiare la sorte di Isotta che portò intatto nella tomba l’amore di Tristano, mentre ella vide il suo smarrirsi lentamente e finire nelle ombre dell’oblìo.
Il bisogno di essere felice, di avere una casa e una donna presso a sè «la pace! la pace!» guidarono Wagner, rimasto vedovo, a un secondo matrimonio. Matilde, soave larva ammantata nel silenzio, si allontanò definitivamente verso il passato.
Ma non fu questa la colpa di Wagner. Era uomo. Ciò che non si avrebbe voluto vedere in lui è quella viltà di maschio appagato che gli fa rinnegare dinanzi all’idolo nuovo l’idolo tanto adorato un tempo e il modo egoistico ed ingrato di abbandonare colei che egli aveva chiamata l’unica, che era ben degna di rimanere nel suo cuore come in un tempio. Una indignazione e una amarezza ci coglie nel leggere con quanta fredda indifferenza dettando le sue memorie alla seconda moglie egli parla di Matilde che era stata l’angelo de’ suoi giorni più travagliati. Si sa che la gratitudine non fu la miglior dote del grande Maestro, ma quando si apprende che l’autore di Tristano e Isotta rinnegando la vivida fiamma che lo aveva così altamente ispirato tentò di distruggere le lettere d’amore scritte a Matilde Wesendonk, l’ammirazione per l’artista si risente della antipatia che ci desta l’uomo.