È sopratutto nell’istante difficile e crudele della separazione che si palesa la nobiltà e la delicatezza dell’amante. Togliendo il suo amore alla donna che lo ama ancora per recarlo ad un’altra egli segue il comando di una forza occulta, fatale, alla quale forse non può resistere; ma il suo dovere se è un uomo di cuore, se è solamente un gentiluomo, è di rendere il distacco meno penoso che sia possibile a colei che lo deve subire.

Ma se Wagner dimenticò di dovere a quella donna ore di ineffabile dolcezza, ore di tenera e profonda e quasi materna consolazione, se dimenticò di doverle il suo capolavoro, il capolavoro esiste. L’amore che ispira un’opera d’arte è il carbone tramutato in diamante è il patrimonio ideale degli amanti che verranno.

Wagner stesso, in una di quelle lettere che Matilde seppe difendere conservandole all’immortalità, consacra questa verità divina. Dice la lettera:

«Cara! non provare mai il rimorso del tuo amore per me. Non dolerti di quelle prove di amore che furono l’ornamento della mia povera vita. Non li conoscevo questi fiori di delizia sbocciati sul suolo vergine di un amore nobile fra tutti. Ciò che avevo sognato come poesia divenne una miracolosa realtà. Il tuo cuore, i tuoi occhi, le tue labbra mi hanno rapito al mondo. Percorso da un brivido sacro davanti alla mia gloria ho il ricordo di essere stato amato da te con una tenerezza così dolce e così pudica. Respiro ancora il profumo inebbriante dei fiori che tu posasti sul mio cuore. Sono essi come i fiori che ornavano un tempo il corpo dell’eroe, prima che egli fosse convertito dalla fiamma in cenere divina, in questa tomba di fiamma e di profumi si precipitava l’amante per unire le sue ceneri a quelle dell’amato. Formavano allora un solo elemento; non più due esseri vivi, ma una sostanza divina e primordiale nella eternità. No, non rimpiangerli, non rimpiangerli mai!».

Così. Non più due esseri vivi ma una sostanza divina e primordiale nella eternità. Invano per umiliante condiscendenza al nuovo amore egli volle rinnegare l’estasi a cui era salito con Matilde Wesendonk. Nulla si distrugge, nulla si cancella nel mondo spirituale. La morte attende il figlio di carne che un’altra donna gli ha dato; ma quello che nacque nell’ora astrale del congiungimento di due anime, il figlio che la più pura essenza del suo essere concepì nell’estasi dell’amore e dell’arte, quello non morrà.

Agli occhi materiali del pubblico sembrerà più felice la donna che potè fregiarsi del nome di Wagner, vivere presso a lui, spezzare con lui il pane di tutti i giorni, adagiarsi nel raggio della sua gloria. E forse fu felice. Ma io ripeto a Matilde Wesendonk: Tu hai dato all’eroe i fiori migliori del tuo cuore, essi germogliarono in ghirlande di eternità. Non rimpiangerli, non rimpiangerli mai! Fu vostra l’ebbrezza che altri amanti conobbero, ma il vostro privilegio è di averla cristallizzata in una forma imperitura. La meravigliosa fecondazione di un cervello per opera d’amore è il polline sacro che trasmette agli uomini futuri l’immortalità delle forze ideali.

Nobile Matilde, finchè la passione di Tristano e Isotta farà battere un cuore, finchè le armonie del celeste poema susciteranno gli animi alla poesia dell’infinito, tu sarai congiunta a Colui che tanto amasti. Egli è tuo. Isotta sei tu.

UN BARDO DEL 1830.

Fu precisamente otto mesi dopo la data tempestosa del venticinque febbraio 1830 — rimasta celebre negli annali della «Comèdie Française» per la battaglia d’arte combattuta alla prima rappresentazione di Hernani — che nasceva a Friburgo dal maestro di cappella di S. Nicola, all’ombra della vecchia cattedrale svizzera, un bambino. Forse i genii e le bizzarre fate del romanticismo che avevano assistito colle capigliature spioventi e coi larghi cappelli pittoreschi al dramma focoso di Vittor Hugo, reduci da Parigi si erano raccolte intorno alla culla del neonato quando egli aprì sulla vita le profonde pupille piene di mistero. Certo egli doveva incarnare quel tipo di bohèmien che Murger prima e tanti altri dopo di lui si incaricarono di rendere popolare.

Étienne Eggis (tale era il nome del neonato) crebbe sotto i gotici pilastri della cattedrale, nell’onda delle armonie che l’abile mano paterna sapeva trarre dall’organo famoso, imbevendo l’anima di sogni; e nel silenzio delle arcate, nelle nuvole di incenso che egli stesso agitava coi turiboli d’argento nelle feste solenni, le prime visioni poetiche gli sorrisero. La musica, per la quale aveva una grandissima attitudine, lo attraeva; ma studiando latino presso i Gesuiti si sviluppò in lui il gusto delle lettere; così rimase per lungo tempo incerto sulla carriera da prendere. Friburgo che è città tedesca, ma cattolica e vicina alla Francia, coltivò nel giovine Eggis le caratteristiche delle due nazioni tanto che egli scriveva indifferentemente il tedesco o il francese e nelle due lingue pensava. Aveva anche dei parenti in Francia che lo sollecitavano a formarsi uno stato indipendente e proficuo lasciando andare le fisime poetiche che non dànno da vivere.