Qualche giorno dopo arriva una lettera di scusa abbastanza singolare firmata «il vostro affezionato ladro Étienne Eggis.» Houssaye prese l’avventura da uomo di spirito; rise, perdonò e restarono amici. Ma l’augello non tornò più in gabbia.
La vita randagia ricomincia e con essa i tentativi, le ripulse agli uffici dei giornali, le lunghe attese dagli editori. Lo si vede in Italia e in Germania; pubblica un secondo volume di versi: Voyages aux pays du coeur e quattro altri ne annuncia. Maxime du Camp lo raccomanda agli amici, Emile Girardin gli predice che riuscirà, Théophile Gautier gli fa l’onore di appropriarsi un vocabolo inventato da lui, l’aggettivo ensoleillé, che prima dell’Eggis non esisteva nella lingua francese. Il vecchio Béranger lo saluta «Buona sera, poeta Eggis!» ma la gloria non viene. Privo di una regolare occupazione egli è obbligato a ricorrere continuamente all’aiuto della famiglia che alla fine è stanca. La buona cugina di Sénancour si lagna della eccessiva instabilità del giovane: «Egli ha abbandonato le persone colle quali lo avevo messo in rapporto.» E così sempre, dovunque, sferzato alle spalle dal suo istinto vagabondo, dalla mancanza d’ordine e di metodo.
I disinganni si accumulavano; ad ogni tratto, stanco, ferito, riposava a Friburgo dove, ad onta di tutto era ancora amato. Ma bisognava vivere. Gli si cercarono impieghi diversi, nessuno riuscì. Tornò in Italia, tornò in Germania. Scrisse romanzi, articoli, poemi, satire, bizzarrie. Insegnò musica, ne compose, ne eseguì egli stesso giorno per giorno, all’avventura, come nei primi tempi della giovinezza quando percorreva le strade della vecchia Alemagna coi due volumi del Faust sotto il braccio e una canzone sempre pronta sulle corde della sua chitarra. Ma i baldi sogni già svanivano lontano, impallidiva l’illusione, l’entusiasmo si spegneva a poco a poco. A trentadue anni vagheggia il suicidio.
Parmi interessante l’osservazione che nella molteplice opera di Étienne Eggis l’amore e la donna tengono pochissimo posto. Non una di quelle passioni che sembrano prediligere i poeti attraversa la sua vita. Se qualche fanciulla gli sorrise lungo gli interminabili sentieri del suo vagabondaggio egli non si fermò a raccogliere quel sorriso. Una delle sue poesie incomincia:
Je n’aimerai jamais, je n’ai jamais aimé
e quantunque dopo si ravveda e quasi terrorizzato dalla sinistra profezia soggiunga:
Je n’ai que vingt-un ans, je veux croire à l’amor
resta nel lettore l’impressione che l’Amore al pari della Gloria gli apparve solo nel miraggio della fantasia. Ben più sanguinanti di vera ferita sono questi altri due versi:
Comme deux fiancés que l’amour vient d’unir
La souffrance et mon coeur ont marché dans la vie.