Non è mia intenzione di fare qui una disanima delle opere poetiche di Étienne Eggis. Altri vi ha già pensato e da lungo tempo. L’eminente scrittore svizzero Philippe Godet, fin dal mille ottocento sessantasei, raccolse in un volume le migliori poesie delle due raccolte: En causant avec la lune e Voyages aux pays du coeur pubblicandolo a proprie spese (con magnanimo altruismo di confratello) presso il libraio Berthoud a Neuchâtel. L’opera è preceduta da uno studio biografico-letterario fatto con acume e premiato al Concorso di Storia letteraria dall’Istituto nazionale ginevrino. Chi vuole conoscere direttamente i versi del disgraziato bardo cerchi questo volume che porta il titolo: Poésies d’Étienne Eggis.
Io mi accontenterò di chiudere il breve cenno colle ultime notizie sulla sua fine. Verso il 1865 alcuni svizzeri che studiavano a Berlino vi incontrarono l’Eggis e così lo descrivono:
«Un giovine molto alto, pallido, magro, con lunghi capelli, l’occhio sognatore... Si capiva subito che era qualcuno, benchè vivesse nella più profonda miseria, suonando nelle birrerie sotterranee della grande città. Improvvisava per ore ed ore dicendo che quando era seduto davanti al piano dimenticava di aver fame. Buon ragazzo del resto, dolce, quasi timido, generoso. Se per caso aveva del denaro lo divideva subito con altri più poveri di lui. Tutti lo amavano e lo compiangevano».
Egli era in quel tempo già attaccato dalla tisi che aveva consunta la sua povera madre a ventisei anni, la madre che gli era sempre presente, la quale cantò in dolcissimi versi più volte, sopratutto nel Souvenir d’enfance:
C’était une nuit froide et sombre....
Ma non posso citare tutto il volume. Basta. Venne il giorno in cui Étienne Eggis non potè più abbandonare la squallida stanzetta che gli serviva di alloggio — squallida e triste colla finestra che dava sopra un cortile tetro privo d’aria e di luce — a lui, povero Eggis, a lui che sospirava i ghiacciai e le foreste della patria, la canzone dei pastori sui monti, il bel cielo azzurro così vicino a Dio!... Morì nella notte dal 12 al 13 febbraio 1867. Chi lo assistè negli ultimi momenti lo udì ripetere:
«Vi è qualcuno che sia più da compiangere di me?»
UNA GRAN DAMA al tempo della Rivoluzione Francese.
Mi accade sovente quando vado a Roma di entrare nella Chiesa di S. Luigi dei Francesi per deporre un fiore di memoria sulla tomba di Paolina di Beaumont. S. Luigi dei Francesi non attira l’attenzione dei forestieri per ricchezza di marmi o di opere d’arte; la chiesa è quasi sempre deserta e la piccola piazza che la fronteggia con quell’unico negozio di coroncine e di oggetti sacri le conserva intorno un silenzio di religiosa intimità dove mi piace immaginare abbiano a trovar pace le ossa di colei che fu tanto tormentata in vita.
Scrivendo queste parole ho sotto gli occhi una vignetta che rappresenta la contessa di Beaumont accosciata su un breve divano, tra i rigonfi dell’abito dai riflessi violacei, col braccio cadente in una posa di supremo abbandono, lo sguardo fisso quasi magnetizzato in una visione di terrore scorta da lei sola.