Appare forse qui più avvenente di quello che fosse in realtà, ma tutta la sua grazia e la sua dolcezza e l’intima eleganza devono esservi fedelmente riprodotte. Guardandola mi corrono sulle labbra i versi di Ippolito Pindemonte alla Malinconia:

Come mi piace quel di vïola

tuo manto e quello sparso tuo crin!

più dell’attorta chioma e del manto,

che roseo porta la Dea d’Amor

e del vivace suo sguardo, oh quanto

il tuo mi piace, contemplator.

Così, pallida e fine, velata di inestinguibile tristezza, toccando appena la terra col suo piede leggero, passò in mezzo agli uomini la figlia del conte di Montmorin in uno dei periodi più agitati della storia, quando la grande rivoluzione sconvolse la Francia nelle sue più profonde radici irrorandola di sangue. Tutto le fu avverso nella breve esistenza e fin l’unico tardivo amore venuto da così alto cielo non le diede che frutti di cenere.

Suo padre, il conte di Montmorin, che era stato ministro degli esteri sotto Luigi XVI apparteneva alla più antica nobiltà dell’Alvernia; uomo integro, di alta onestà, gran signore nei modi e nei sentimenti: ma, secondo ramo dei marchesi di Montmorin, il conte non disponeva di molte ricchezze; le accrebbe sposando sua cugina più ricca di lui, dalla quale ebbe due maschi e due bambine, ultima delle quali Paolina. Soccorreva alle grandiose spese della famiglia anche la carica del Ministro cogli annessi vantaggi e tuttavia lo sperpero superava le entrate. La sola tavola largamente ospitale, come era costume del tempo, costava moltissimo; nella stalla si nutrivano 24 cavalli e 11 palafrenieri.

Paolina crebbe in questo lusso principesco. A otto anni entrò nel Convento di Fontevrault dove una zia paterna era badessa e dai tredici ai sedici passò a compire la sua educazione di gran dama in un altro convento riserbato alle grandi famiglie francesi, nel quale le nobili fanciulle avevano ciascuna una governante e una cameriera addette alla propria persona. Uscita di là, sempre secondo le abitudini del secolo, le si annunciò che era fidanzata al conte di Beaumont, un ragazzaccio ignorante e di gusti volgari che sposò senza quasi conoscere e dal quale fece divorzio più tardi ritornando intanto a vivere nella casa paterna. Per il suo corredo si erano spese venticinque mila lire (moneta corrente) e le furono assegnate, come a sua sorella, diciotto mila lire annue di appannaggio.