Uscita dalle peripezie di questo infelicissimo matrimonio dovette credere di aver fatto un cattivo sogno e di cominciare appena allora a vivere. Presso il padre, che ella adorava e di cui si fece in breve la confidente e la collaboratrice, Paolina raggiunse quella età fiorita della donna durante la quale ogni respiro è profumo, ogni attitudine seduzione inconscia. Non molto bella di volto avea però due occhi profondi, straordinariamente soavi, che ne illuminavano l’interessante pallore, e un dolce sorriso e una personcina snella, sottile, quasi fragile, quasi aerea, di una eleganza di Ninfa o di Ondina.

Intelligenza pronta e vivace, avida di imparare, avendo il dono prezioso dell’entusiasmo e dell’ammirazione, trovò subito nella società eletta che frequentava il salotto di sua madre di che soddisfare i suoi gusti e prendere interesse cogli amici di suo padre alle questioni politiche estere ed interne che già incominciavano a preoccupare la Francia sullo scorcio del secolo XVIII.

Fu quello il periodo più brillante della sua vita, il suo breve Zènit che le permise di stringere amicizie onorevoli e durature. Nominata dama di Corte e vivendo nel gran mondo di un tempo che non aveva soverchi scrupoli di morale, la maldicenza non la intaccò che assai leggermente e senza poter addurre prove.

Trovandosi così, nè fanciulla nè sposa, ella trascorreva la sua esistenza di crisalide nel tepore degli affetti domestici, attendendo alle pratiche per il suo divorzio.

Maturavano intanto i germi della rivolta nelle classi popolari. I nobili erano malvisti, specialmente quelli che stavano accanto al trono. La posizione del conte di Montmorin, notoriamente amico del Re, era delle più difficili. Egli vedeva il pericolo, ma devoto alla sua fede dinastica non tremò e non cedette nemmeno quando, avvicinandosi la bufera gli amici lo consigliavano di mettersi al sicuro. «Convengo — egli diceva — della verità delle vostre osservazioni, ma nessun pericolo personale mi impedirà di fare tutto ciò che credo utile a Sua Maestà.» Questo attaccamento leale e fermo il ministro degli esteri doveva pagarlo colla strage di tutta la sua famiglia e col proprio martirio.

Gli avvenimenti incalzavano rapidi e truci. Quando si seppe della fuga di Luigi XVI a Varennes, il popolo, giudicando complice Montmorin, ne assalì il palazzo domandando la sua testa. Le teste rotolavano allora sulle piazze di Parigi come palle da bigliardo e le teste si chiamavano Andrea Chénier in attesa di essere l’ultima dei Re Capeto.

Che fosse in quei giorni la vita della contessa di Beaumont è facile immaginare. Datano da allora i principii della malattia di languore che non doveva più abbandonarla. Il pianto, l’insonnia, l’inquietudine, lo spavento di tutte le ore, di tutti i momenti passati a fianco di quel padre a cui la legava il più tenero affetto, minavano il lei l’essenza stessa della vita.

Nel tetro inverno del 1792 quasi all’appello di una Nemesi implacata cade la prima vittima della famiglia. Il minore dei figli, Augusto, partito per l’Isola di Francia in qualità di Insegna di Vascello muore in un naufragio. Paolina, di cui era il beniamino, ne è inconsolabile. Non prevedeva l’avvenire!

Le condizioni del monarca intanto erano peggiorate e con esse quelle del suo ministro, Luigi XVI debole, pusillanime, sempre indeciso trascinava nella sua disgrazia la disgrazia dei suoi fedeli. Non vi era più sicurezza per nessuno; le signore della famiglia Montmorin furono insistentemente pregate di abbandonare Parigi che non era più posto per donne. Lo stesso conte aveva dovuto allontanarsi dalla sua abitazione e viveva nascosto in Parigi, ma ricercato attivamente fu scoperto per un’imprudenza della sua albergatrice, arrestato e sottoposto a uno di quegli interrogatori pro forma di cui si hanno larghi esempi nei processi del tribunale rivoluzionario. Il ministro, l’amico del Re, doveva aver torto e lo ebbe. Ciò che avvenne immediatamente dopo la sentenza la mia penna si rifiuta a scrivere. Se il lettore vuole averne un’idea ricordi l’obbrobrioso supplizio della principessa di Lamballe.

Non un particolare della infame tragedia potè restare ignoto alle signore di Montmorin.