Rifugiate le misere insieme al figlio superstite in un maniero di Borgogna presso la contessa di Serilly loro cugina vi poterono rimanere nascoste un po’ di tempo e piangervi in silenzio tutte le loro lagrime. Alcuni amici ci venivano di notte a portar loro notizie di Parigi sempre allagata di sangue; era una tristissima vita, ma dall’essere tutti riuniti nello stesso dolore ne veniva a ciascuno una tregua se non un conforto, ma fu breve riposo. La infedeltà di un servo denunciò i fuorusciti al tribunale rivoluzionario e il giorno appresso venivano arrestati.

La contessa di Montmorin, che in seguito allo strazio del marito non faceva altro che invocare la morte liberatrice, appariva calma; sua figlia maggiore, la contessa della Luzerne, pazza di terrore era corsa a rinchiudersi nella propria camera dalla quale fu estratta a forza. Anche Paolina si presentò, ma i manigoldi colpiti dalla sua magrezza, dal suo languore, dalla sua trasparenza d’ombra non volevano incaricarsene. Ella salì egualmente sulla carrozza che doveva trasportarli tutti; quando però furono in aperta campagna (compassione o crudeltà raffinata?) la fecero discendere suo malgrado. Si pensi lo strazio della poveretta abbandonata sola sul margine di una strada, vedendo allontanarsi la carrozza che trasportava i suoi cari verso la morte. Simili ore equivalgono ad anni nella misura del dolore che una creatura umana può sopportare. Quanto tempo errò ella e come e dove non sappiamo, finchè potè trovare rifugio nella capanna di un povero vignaiuolo.

A Parigi intanto sua sorella assalita da febbre violentissima fu trasportata nell’ospedale delle prigioni dove moriva quasi subito; il domani la contessa di Montmorin e il figlio Calisto eroicamente forti dinanzi alla morte salivano i gradini della ghigliottina.

E venne un altro inverno, rigido, crudissimo e nella capanna del buon vignaiuolo la Niobe desolata dei Montmorin, affranta, disfatta, colla visione terrorizzante del passato e quella paurosa dell’avvenire, si trascinava a stento dal letto al focolare. Un suggello che era stato eseguito per lei negli anni migliori recava incisa una quercia col motto: — Un souffle m’agite et rien ne m’ebranle — Sembrava veramente un miracolo che fosse ancora al mondo. Ad alleviare la sua solitudine due vecchi domestici, marito e moglie che si trovavano da trentacinque anni al servizio della sua famiglia vennero a raggiungerla e a dividere con lei la mala sorte.

Confiscati tutti i suoi beni, parenti ed amici o dispersi o perduti, ricoverata dalla pietà di un contadino, vivendo stentatamente colla vendita di pochi gioielli che erano rimasti, ben di lei si può dire coi versi dell’Aleardi:

«Oh mia povera bella e tu nascevi

«tra i felici del mondo; oh va, ti fida

«nelle promesse d’una culla d’oro!»

Mentre tutto sembrava perduto e nessuna speranza più sorrideva all’infelice, la sorte le preparava la sola fortuna forse che doveva sorridere alla sua vita.

Non molto lungi da quella capanna di Borgogna dove aveva trovato asilo la contessa di Beaumont-Montmorin viveva allora la maggior parte dell’anno uno degli uomini più intelligenti, più alti, più puri che avesse allora la Francia. Uscito da quella famiglia Joubert che doveva dare a Napoleone uno dei suoi migliori generali, quegli che Dio misericordioso pose sul cammino di Paolina si era foggiato, lungi dalla società, una sua vita tutta di pensiero e di nobili azioni. Il suo carattere era di una tale elevatezza morale, il commercio delle sue idee così vivace e pronto, il suo cuore così appassionato che non poteva più stare senza di lui chi una volta lo aveva conosciuto.