Ma la contessa di Beaumont, che aveva così begli occhi, non era necessario guardarla di profilo. Si intesero e si unirono subito con tutti i legami di due intelligenze affini, l’una riboccante di pensieri e di meditazioni cresciute in solitudine; assetata l’altra di verità consolatrici. Joubert aveva trovato il suo vaso d’elezione, l’eco simpatica che si compenetrava delle armonie della sua anima e gliele rimandava in suoni celesti. Per la contessa di Beaumont il solitario di Villeneuve sur Jonne dovette essere come la voce che trasse Lazzaro dal sepolcro. A contatto di un’anima così alta, ricevendo a fiotti ininterrotti sul suo cuore assiderato il calore di un affetto delicato e profondo, ella rinasceva a poco a poco, riaffacciandosi alla vita. La lettura che era stata fino allora la sola ricreazione del suo spirito ricevette dalla scelta di Joubert una direzione più estesa e più sicura; essa le fu di grande risorsa nei brevi giorni e nelle lunghe sere d’inverno sotto la capanna del vignaiuolo.
Un desiderio tuttavia la pungeva vivamente; non lasciò nemmeno passare la stagione dei geli che volle recarsi a Parigi per avere notizie dei parenti dispersi e vedere se fosse possibile di rientrare nel possesso de’ suoi beni e Joubert, sempre previdente, la raccomandò a un suo fratello che stava a Parigi. Ma quale impressione dovette farle la città, trasformata dal ferro e dal fuoco della rivoluzione! Le vie avevano cambiato nome, i più bei palazzi ridotti a ristoranti e a locande, nelle chiese profanate il berretto rosso piantato sopra un alabarda sostituiva la croce; nelle vetrine dei rivenduglioli si vedevano ornamenti sacri, tovaglie d’altare, statue, vecchi messali. Con quale emozione Paolina si accostò al palazzo Montmorin saccheggiato completamente! Del giardino rimaneva appena un cipresso che lei stessa aveva piantato da fanciulla. Nelle poche settimane che si fermò a Parigi ebbe la consolazione di ritrovare sua cugina di Serilly scampata alla ghigliottina per la presenza di spirito della contessa Montmorin la quale nel giorno stesso dell’arresto dichiarò che sua cugina era incinta. Salvandole così la vita la contessa Montmorin aveva pagato l’ospitalità concessa a lei e alla sua famiglia. E di nuovo la contessa di Serilly volle che Paolina tornasse presso di lei a attendervi la restituzione di parte almeno dei suoi averi.
Fu un periodo di calma relativa alternato di scoraggiamenti e di invincibili tristezze. Il passato era stato troppo atroce; non poteva dimenticare.
Passeggiava senza piacere, leggeva senza interesse. Un male sottile rodeva la sua salute che era sempre stata delicata; la voce le usciva fievole e tremante come dinanzi ad una visione continua di terrore. Joubert raddoppiava le sue cure, ma senza frutto. Una domanda la tormentava insistentemente. Che cosa faccio al mondo? Poco tempo dopo le venne a mancare anche sua cugina Serilly e parve che sulla sua solitudine si rinchiudesse la porta di bronzo del destino.
Il secolo finiva.
Sul principio del 1800 Paolina si stabilì a Parigi indottavi dalla necessità di sorvegliare da presso i suoi affari. Un grazioso appartamento della rue Neuve du Luxembourg la accolse e ben presto nel piccolo salotto azzurro illuminato da una sola lampada, sacrario di memorie a cui i vecchi fedeli domestici testimoni degli antichi splendori della famiglia conservavano quel carattere di ancien régime che la repubblica stava cancellando dovunque, accorsero a poco a poco amici e conoscenti che si credevano perduti nell’uragano della rivoluzione, formando un cenacolo ristretto ma omogeneo dove si parlava di tutto fra persone sicure. Un emigrato, amico di Joubert narrava il suo soggiorno di profugo a Londra e l’incontro che vi aveva fatto con un uomo di straordinario ingegno. Ascoltato con molto interesse da quel pubblico nuovo e attento non stancavasi di narrare le loro scorrerie nei campi e il ritorno a notte alta per vie solitarie, alla luce tremolante di qualche raro fanale, discutendo sui più alti problemi dell’anima, entrambi entusiasti, entrambi rapiti in quei voli divini dello spirito che danno sì belle ore alla giovinezza. Questo amico stava per arrivare a giorni dovendo mettere alle stampe un libro magnifico. L’amico era il visconte di Chateaubriand, il libro Atala.
Chateaubriand aveva allora trentadue anni. Era bello. Era sopratutto fascinatore per temperamento, per bisogno di essere amato, per una segreta voluttà di dominio che specialmente ne’ suoi rapporti colle donne si avvantaggiava di uno sguardo magnetico. Un uomo può credere di conoscere a fondo un altro uomo, ma vi sarà sempre una donna che lo conosce meglio, vale a dire da quel punto di vista in cui l’uomo non si mostra mai al suo simile e che è una metà almeno della sua psiche. Si aggiunga che Chateaubriand tornava da un lungo viaggio in terre sconosciute; il deserto svolgeva ancora davanti a’ suoi occhi solitudini smisurate; il vento portava ancora alle sue nari il profumo dei cactus e dei tamarindi. C’era intorno a lui, nella sua persona, nel suo modo di esprimersi la rivelazione di una forza selvaggia acuita dai ricordi dell’infanzia trascorsa in Bretagna nel tetro castello paterno, sugli scogli battuti dall’oceano, nelle foreste abitate dagli elfi e dai gnomi delle antiche leggende. Questo è l’uomo che Joubert presentò nel piccolo salotto azzurro e come poteva egli non fare una profonda impressione su Paolina la cui sensibilità era stata scossa fino allo spasimo? Si trovava appunto in quella età della donna che è come il meriggio per un fiore; e non aveva ancora amato! Dal suo infelice matrimonio era uscita offesa, brutalizzata a guisa di farfalla nelle mani di un tristo ragazzo e per il seguito delle sue sventure non credeva, non sperava più nulla. Che era mai quella luce nuova, quel palpito non mai provato, quel rinascere alla vita quando la potente individualità di Chateaubriand apparsa nel piccolo salotto col suo bagliore astrale, col suo fuoco di vulcano in ebollizione ricondusse ogni valore alle minime proporzioni tanto che ognuno si ricantucciò modestamente, spontaneamente dinanzi a quella regalità assoluta? Non era più il salotto della contessa di Beaumont, era il salotto di Chateaubriand.
Paolina potè credere sulle prime di cedere anche lei al pari di tutti gli altri all’ammirazione per l’uomo singolare; la sua mente, nutrita di buone letture si estasiava al suono musicale delle di lui parole, alla magia dello stile che nelle pagine di Atala e di Réné lette fra un silenzio religioso evocava in frasi luminose ed ampie i cieli dorati dell’America, gli aromi intensi delle foreste vergini, i venti che scuotono sui tramonti color di rosa le ghirlande delle liane. Nella sincerità del suo entusiasmo ella confessava ad un’amica: «Le style de Mr. de Chateaubriand me fait éprouver une espéce de fremissement d’amour: il ìoue du claveçin sur toutes mes fibres».
Noi la vediamo questa giovane donna un po’ languida, un po’ patita, ma così seducente nel suo pallore, con quei begli occhi oblunghi che i patimenti avevano reso più teneri come una fiamma velata di pianto; la vediamo con un bianco scialle incrociato sul suo vitino di fanciulla, protendersi graziosamente dalla poltrona per non perdere una sola parola dell’incantatore.
Ma che cosa saranno stati i loro colloqui quando si trovavano soli! (egli andava da lei in principio tutti i giorni poi due volte al giorno). Il salotto azzurro era ben chiuso. Saint Germain e sua moglie attraversandolo con passo discreto avevano messo in bell’ordine i mobili d’acaìou, le porcellane fine, la coppa arabescata a fondo oro, i quadri, i ritratti, tutte le care memorie che contribuivano a dare a quel nido provvisorio l’aspetto signorile dell’ambiente in cui era nata. Le finestre prospicenti il giardino del Ministero di Giustizia tendevano una cortina di fresco verde fra quel dolce asilo e il mondo; l’ora felice suonava sul quadrante misterioso del tempo: «Mr. le Vicomte de Chateaubriand» annunciava con un inchino rispettoso il buon Saint Germain. Che balzo nel cuore di Paolina!