Il colpo di fulmine aveva mirato preciso e toccato a fondo; la creatura devastata dal dolore e che si credeva insensibile ritrovò fede, entusiasmo, illusioni, sogni, tutto ciò che rende bella la vita. La passione la trasformava ed ella vi si gettò senza scrupoli e senza ipocrisia.
E Chateaubriand? Il più acuto dei suoi critici dice che egli amava allo stesso modo di Giove o di Luigi XIV. Io non mi sento di discutere questo paragone. È però certo che uomini della tempra di Chateaubriand non possono darsi interamente a nessuna donna ed a nessuno. È troppo vasto il mondo che hanno dentro di loro. Dice ancora il critico eminente: «Ciò che voleva Chateaubriand nell’amore era meno l’affetto della tale o tal altra donna che l’occasione del turbamento e del sogno; non era tanto la persona che egli cercava quanto il ricordo, il rimpianto, il crollo della propria giovinezza, l’adorazione di cui si sentiva oggetto, il rinnovamento di una situazione cara. Ciò che si chiama l’egoismo in due restava per lui l’egoismo a uno solo. Egli teneva a sconvolgere e a consumare più che ad amare».
Se questo ritratto è vero anche solamente in parte si comprende come la forte individualità di Chateaubriand abbia potuto interessarsi alle fragili grazie della contessa di Beaumont. Non fosse altro per legge di contrasto, egli che tornava dalle rudi esperienze di un lungo viaggio in mare e di soste non meno lunghe in paesi selvaggi, doveva subire il fascino delicato fino alla raffinatezza di quella gran dama superstite di una società scomparsa. Egli l’amò certamente, sia pure alla sua maniera, ma non è questa la maniera di una quantità di uomini che pure non sono Chateaubriand?
Atala venne pubblicata nella primavera del 1801. L’autore era pressochè sconosciuto; solo un piccolo gruppo di iniziati aveva avuto occasione di conoscere i lampi e le folgori di quel forte ingegno, ma per la stessa selvaggia originalità contrastante col gusto allora caro al pubblico di una letteratura artificiosa e vuota si temeva un possibile insuccesso. Paolina più di chiunque visse le ansie e i timori dell’aspettativa comunicandoli a Joubert, a quell’alta anima pura che amando lei di un affetto superiore ad ogni calcolo umano s’era messo per amor suo ad amare Chateaubriand. Se Chateaubriand rappresentava la felicità di Paolina, Joubert doveva necessariamente desiderarne il trionfo. Questo venne e fu completo; sorpassò anche la previsione degli amici; la singolarità di quel libro anzichè nuocergli piacque. A noi italiani può interessare il fatto che, per tre edizioni inglesi, due tedesche e due spagnuole, nella nostra lingua se ne fecero sette. Il successo accese in Chateaubriand una febbre di lavoro. Volle terminare il Genio del Cristianesimo già incominciato a Londra, e vagheggiava un posto tranquillo dove potesse lavorare lungi dai rumori e dalle distrazioni di Parigi; ed ecco la donna amante mettersi alla ricerca dell’eremo desiderato.
Fu nel bel mese di maggio, quando fiorivano le rose sulle spalliere solatie e la vite gonfiava le sue prime gemme che i due partirono per Savigny, piccolo villaggio non lungi da Parigi; partirono ebbri dei loro sogni, sogni di gloria per l’uomo, di tenerezza e d’amore per la donna; ma così giovani entrambi e così nuovi nella loro gioia che potevano credersi due scolari in vacanza. Rimangono le lettere di Paolina a Joubert per testimoniare l’armonia ininterrotta di un periodo che fu di vera felicità. Quel leggero alzarsi al mattino, quella gaia colazione presa insieme e poi il lavoro condiviso seduti alla stessa tavola, quello scambio di sguardi e di parole ad ogni momento non è forse la vita ideale che ogni donna sogna?
Alla sera erano brevi passeggiate nei dintorni per verdi vallette, per sentieri solitari. Prima di rientrare sedevano nell’orto presso un bacino d’acqua viva, e in quel silenzio, in quella luce morente, guardando le prime stelle che si accendevano nel firmamento ella narrava colla sua voce languida il primo disinganno del disgraziato matrimonio e gli orrori della rivoluzione fino al giorno in cui i carnefici della sua famiglia l’avevano abbandonata sulla strada, sola, senza difesa. Ma più del racconto delle proprie sventure ella preferiva ascoltare da lui i ricordi originalissimi della sua infanzia, la sua emigrazione, i suoi viaggi. La luna intanto sorgendo sul loro capo segnava nelle vie del cielo l’eterna storia degli uomini. Pensava Paolina che il tempo non si arresta mai?
Venne il mese di dicembre e fu necessario abbandonare la casetta di Savigny. Il Genio del Cristianesimo era finito e le ansie per il successo ricominciavano, ma Paolina non era più sostenuta dalla dolce intimità di Savigny. Qualche cosa si scioglieva intorno a lei, sotto i suoi occhi che non vedevano ancora, ma che indovinavano; coll’acuta sensibilità de’ suoi nervi ammalati avvertiva l’avvicinarsi di un pericolo ignoto ed egli non era più là per rassicurarla. Egli doveva occuparsi della nuova pubblicazione e coltivava a questo scopo un progetto che le tenne nascosto più che fosse possibile. Volgendo gli occhi al nuovo astro che sorgeva sulla Francia Chateaubriand volle dedicare il suo libro a Napoleone e tale manovra copriva un primo passo per ottenere la nomina di capo segretario nell’ambasciata presso la Santa Sede a Roma. Ma vi era un ostacolo da rimuovere prima di presentarsi a S. S. il Papa. Chateaubriand tra i viaggi e le avventure aveva dimenticato di essere marito. Congiunto già da dieci anni con incredibile leggerezza ad una fanciulla che quasi non conosceva egli non l’aveva più vista da allora. Una riconciliazione era necessaria, fosse pure apparente, e per conseguenza un viaggio in Bretagna dove la Signora di Chateaubriand trascorreva rassegnata la sua bizzarra vedovanza.
Quando la Contessa de Beaumont fu informata da Chateaubriand stesso che le chiese consiglio sul viaggio in Bretagna, ella molto dignitosamente lo incitò a seguire le vie consuete; ma, più il rispetto di se stessa le imponeva di rimanere calma, più la lotta interna la attanagliava con raffinati supplizi. Il salotto azzurro si riaperse ai soliti amici, ma era come un tempio vuoto, mancava il dio animatore. La tristezza di Paolina cresceva di giorno in giorno. Se la felicità gustata per sette mesi a Savigny (sette mesi o un istante?) aveva risollevata la sua salute, l’amaro rimpianto del passato, l’inquietudine dell’oscuro avvenire la gettarono in uno stato di prostrazione che rincrudì i suoi mali. Joubert ne soffriva con tutta la sincerità del suo affetto ardente e puro; avrebbe voluto che si recasse al Mont d’Ore. Ma il male di Paolina era troppo profondo; esso si attaccava a una stanchezza, a un disgusto della vita che nel terrore di doverla sopportare ancora a lungo confidava al suo giornale intimo questi gridi che sono vere confessioni di un’anima ferita a morte.
«Si je dois exister encore longuetemp que deviendrai-je? Ou me cacher? Quel tombeau choisir? Comment empecher l’éspérance d’y penetrer? Quelle puissance en murera la porte? M’eloigner en silence, me laisser oublier, m’ensevelir pour jamais tel est le devoir qui m’est imposé et que j’espère avoir le courage d’accomplir.»
Chateaubriand intanto che era partito per Roma nel maggio di quel 1803 le scriveva regolarmente, ebbro del suo viaggio e della sconfinata ammirazione per Roma delle cui meravigliose bellezze sentiva il fascino esaltatore.