Non è sempre felice chi parte in confronto di chi resta? E se colui che parte per il più bel paese del mondo è ricco di salute e di energie, di speranze, di promesse e la povera abbandonata in preda a un male inesorabile si aggira sola nei luoghi dove furono felici insieme, dove ogni oggetto è come una croce piantata sopra una fossa, non devono quegli entusiasmi, quelle estasi, quella felicità lontana da lei trafiggerla di mille punte avvelenate? Egli le parlava del Colosseo, del Campidoglio, della superba grandezza romana e lei piangeva nel piccolo salotto azzurro pensando ai bei giorni di Savigny. L’uomo saliva ardimentoso la sua parabola di gloria, la donna si reclinava sul suo sogno d’amore distrutto.

Eppure amava ancora. Amava coll’appassionato trasporto degli amori tardivi che sembrano concentrare in se i sogni, i desideri, le rinuncie del passato; tesori d’affetto accumulati dall’esperienza, tenerezze tanto più ardenti quanto si sentono fuggitive. Il proposito di nascondersi, di murarsi in una prigione dove la ingannevole speranza non potesse penetrare si sgretolò nelle sue mani stanche. Mostrando di cedere alle esortazioni dell’amicizia ella partì per la cura del Mont-d’Ore, ma pochi giorni dopo prendeva la via di Roma.

Chiunque pensi che cosa erano i viaggi allora e quanti disagi e fatiche comportassero, può di leggeri comprendere i timori e le inquietudini del buon Joubert per l’avventata risoluzione della sua amica. Chateaubriand che ve l’aveva incoraggiata, sperando bene per lei dal clima di Roma, incaricò un amico di andare ad incontrarla a Milano per alleviarle la lunghezza dèi viaggio ed egli stesso si portò a Firenze a riceverla.

Quando la vide rimase atterrito; non era più che un’ombra. La vettura procedeva al passo ed ella scorgendolo ebbe appena la forza di sorridere.... Presero insieme la via di Perugia e da quel momento, se pure egli non era stato l’amante che una simile donna meritava, fu fino all’ultimo il gentiluomo perfetto, l’amico assolutamente devoto. Roma apparve loro in fondo a quella meravigliosa via Appia i cui silenzi ripetono nella vastità luminosa dell’orizzonte l’eco di venti secoli di storia. Oh! come la pallida donna, i giorni della quale erano già contati, dovette sfiorare con mesti sguardi la muta poesia delle tombe! E come nell’afflosciamento della persona esile e stanca sui cuscini della vettura la piccola mano avrà palpitato sotto la mano cara!

L’appartamento che Chateaubriand aveva scelto per la contessa di Beaumont si trovava in piazza di Spagna, presso la viuzza di S. Sebastiano ed aveva un giardino piantato ad aranci che saliva verso il Pincio ricongiungendosi probabilmente all’aranceto dell’attuale Hôtel de Russie. Il viaggiatore che visita ora piazza di Spagna e si sofferma a leggere l’iscrizione lapidaria della casina dove abitarono i poeti Shelley e Keatz e forse ricorda i versi di Keatz:

«Oh dove sono i canti

«di primavera, dove?».

deponga un fiore di memoria là dove chiuse sua breve vita questa dolce e malinconica figura di donna per la quale il primo canto fu il canto del cigno.

Scendendo dalla vettura ella era così affranta che non poteva reggersi in piedi. I medici giudicarono subito che non vi era speranza di salvarla; il polmone profondamente leso non la lasciava respirare che a stento. Parve tuttavia che riposata dal viaggio faticoso si risollevasse tanto che nelle ore migliori potè uscire qualche volta in carrozza sotto i lecci di Villa Medici, intorno alle fontane di Villa Borghese, verso le meraviglie dell’antica Roma per le quali Chateaubriand le era il più prezioso degli interpreti. Egli la circondava di speranza e di tenerezza, parlando di condurla a Napoli, dare di là le sue dimissioni all’Ambasciata e non lasciarsi più, esuli volonterosi in qualche eremo lontano dove vivrebbero soli col loro amore. Cullata dal suono di quella voce che l’incantatore sapeva in certi momenti rendere irresistibile, la donna prossima a sparire beveva avidamente gli ultimi profumi della terra colle ultime illusioni del cuore. Gli indifferenti che la vedevano passare appoggiata ai cuscini della carrozza, in una di quelle pose di suprema distinzione di cui ella possedeva il segreto, delicatamente ravvolta nel suo cachemir a fondo bleu e così smunta, così immateriale, si sentivano presi da un istintivo sentimento di compassione. Un giorno andando al Colosseo prese freddo; ricondotta subito a casa si pose a letto e non si rialzò più.

Il momento della separazione fu straziante, dolce insieme e doloroso. Chateaubriand sentendo il valore dell’affetto che stava per perdere fu eloquente, appassionato. Riandarono insieme i bei giorni di Savigny, piansero; egli giurò di amarla sempre e questo ritorno dell’ora divina illuminò di un sorriso celeste la sua agonia. Fu Chateaubriand che posandole la mano sul cuore ne raccolse l’ultimo battito.