L’autore del Genio del Cristianesimo, il segretario dell’Ambasciata francese presso il Santo Padre non poteva lasciar morire senza i conforti religiosi la figlia di colui che era stato ministro del suo re. Egli stesso l’aveva persuasa al passo estremo. I Sacramenti le furono portati con tutta la solennità della chiesa Romana e solenni riuscirono anche i funerali la sera del cinque novembre al lume delle torce, con grande concorso di popolo e di rappresentanze ufficiali. Un particolare delicato e commovente è che nessuna mano profana toccò la salma di Paolina. Ella aveva raccomandato nel suo testamento di ravvolgerla in un tessuto di crespo della China che il di lei fratello Augusto le aveva spedito dai suoi viaggi per farsene un abito da ballo. Questo tessuto che portava sempre con sè fu cinto dalla fedele S. Germain e da Chateaubriand stesso intorno al fragile corpo.

Il dolore di Chateaubriand fu sincero. Egli chiese alla famiglia (oramai rappresentata dal solo conte della Luzerne cognato di Paolina) il permesso di prendere con sè i due vecchi domestici dell’amica perduta; a questo pensiero di una gentilezza squisita egli aggiunse l’altro di avocarsi la cura per erigerle un monumento nella chiesa di S. Luigi dove fu sepolta. Lo si trova infatti nella prima cappella a sinistra entrando; non so come l’abbiano giudicato i contemporanei, per me fu una completa delusione. Quei ritrattini che dovrebbero rappresentare le tragiche figure della famiglia Montmorin appesi alla parete come fotografie nel salotto di un piccolo borghese, sono una concezione così goffa e puerile che fanno pena a vedersi. Ma anche l’iscrizione dettata da Chateaubriand non è quale si avrebbe potuto attendere dal suo ingegno e dal suo cuore.

APRES AVOIR VU PÉRIR TOUTE SA FAMILLE,
SON PÈRE, SA MÈRE, SES DEUX FRÈRES ET SA SŒUR,

PAOLINE DE MONTMORIN

CONSUMÉE D’UNE MALADIE DE LANGUEUR,
EST VENUE MOURIR SUR CETTE TERRE ÉTRANGÈRE.

I-A DE CHATEAUBRIAND

A ÉLEVÉ CE MONUMENT À SA MÉMOIRE!

Meglio gli si perdonerebbero le facili consolazioni che egli trovò pochi mesi dopo, se nella eternità del marmo avesse saputo scolpire una di quelle frasi alate che facevano fremere Paolina quando egli le leggeva le pagine dell’Atala e di René.

Un altro cuore meno immaginoso, ma non meno ardente ed infinitamente più serio doveva portare il lutto eterno di quella perdita, Joubert, che da quando ella decise il viaggio a Roma non aveva cessato un sol giorno di addolorarsi e di tremare per la salute dell’amica, che aveva rotta ogni corrispondenza e non apriva nemmeno quelle che riceveva, indifferente a tutto che non fosse lei. Quando fu morta scrisse a un amico: «Non vi dico nulla del mio dolore, esso sarà eterno. Chateaubriand la rimpiangerà sicuramente al pari di me, ma gli mancherà meno a lungo. Da nove anni io non avevo avuto un pensiero dove ella non vi si trovasse e lo stesso sarà per l’avvenire; il suo ricordo e il dolore della sua assenza si congiungevano ad ogni azione della mia vita.»

Profeta per sè e per gli altri vent’anni dopo egli cercava ancora sulla collina il sentiero che guidava alla capanna dove la dolce amica aveva cercato rifugio nei giorni del Terrore e lo mostrava a Chateaubriand; ma Chateaubriand stava scrivendo le Memorie d’oltre tomba, questo bellissimo romanzo della sua vita, dedicandolo, quasi riassunto di tutti i suoi amori, ad una donna sola affinchè ella passeggiando fra le colonne di quel tempio che egli le aveva eretto vi incontrasse il proprio nome. E non era il nome di Paolina di Beaumont.