Umili ispirazioni, dirà qualcuno. È vero. Il pane, il vino, il focolare domestico non escono dalla cerchia delle cose comuni, ma è appunto perchè da questa cerchia dove altri si immiseriscono in un grossolano epicureismo, Bertacchi sa togliersi con un geniale battito d’ali che noi lo amiamo. Egli non è il poeta che scende a trescare col volgo, bensì è colui che accostandosi al volgo lo solleva a sè; l’artefice intelligente che sa trarre dall’argilla forme immortali; il palombaro che si lascia calare in rozze vesti sul fondo del mare per estrarne la perla; è infine il maestro delle anime che seduto al povero banchetto tramuta l’acqua in vino.
Cantore sincero se mai ve ne furono, non rinnega il cielo ristretto dove aperse gli occhi alla luce ed è ammirabile la quantità di luce che intravide in quel piccolo spazio. Il soggetto più pedestre acquista nella sua penna una inaspettata nobiltà tanto più educatrice quanto meno interessata. Noi dobbiamo credergli quando dice che la vita è buona, perchè egli non nacque tra i felici del mondo. Eppure la felicità non gli apparve come una usurpazione fatta da altri uomini. La felicità è uno stato di grazia che difficilmente le circostanze possono alterare; e da quante piccole cose l’uomo possa trarre momenti felici è genialmente adombrato nella poesia Gli elementari, della quale mi piace ricordare le ultime strofe
Udite il suono che vi vien di fuori,
ma cercate anche in voi la voce ascosa.
Una musica dorme in tutti i cuori,
come dorme una voce in ogni cosa.
Essa è l’antica, mistica parola
che in noi diffonde il mormorio divino.
Se pur non veda alcuno in suo cammino,
l’anima che l’udì non è più sola.